Aprile - Giugno 2026 n. 02 - Anno 117 Pag 89-96 Il Mondo in Camera
Giangi Cretti Direttore gcretti@ccis.ch La Rivista Editoriale dimensione costitutiva dell’umano. L’illusione di una risolvibilità integrale dei problemi attraverso il solo calcolo algoritmico rischia infatti di estendersi ben oltre la tecnica, investendo politica, etica e relazioni sociali. In tale prospettiva, il progresso non può essere separato dalla responsabilità: l’innovazione deve restare inscritta in una cornice di consapevolezza etica e di governo collettivo. Accanto a questa impostazione si collocano le preoccupazioni di diversi protagonisti del dibattito globale. Yoshua Bengio, tra i padri del deep learning, evidenzia la crescente concentrazione dello sviluppo dei sistemi più avanzati nelle mani di poche multinazionali e nei due poli geopolitici dominanti, Stati Uniti e Cina, con il resto del mondo progressivamente marginalizzato. Anche Sam Altman e altri attori dell’industria ICT contribuiscono, seppur da prospettive differenti, alla discussione sulla necessità di una governance internazionale dell’AI, intesa come bene pubblico globale più che come semplice strumento economico o strategico. In questa direzione si inseriscono anche le considerazioni di Satya Nadella, CEO di Microsoft, che ha criticato la tendenza a interpretare l’intelligenza artificiale esclusivamente come strumento di riduzione dei costi e di sostituzione del lavoro umano. La sua posizione introduce una distinzione significativa: l’AI non dovrebbe essere concepita come un meccanismo di rimpiazzo, bensì come un dispositivo di trasformazione e riorganizzazione del lavoro stesso. Non si tratta, dunque, di una riduzione dell’occupazione quanto della sua riconfigurazione. Da qui deriva anche la critica alla concentrazione del potere tecnologico e la spinta verso modelli più accessibili, economici e controllabili dagli utenti, in un’ottica di progressiva democratizzazione dell’intelligenza artificiale e di distribuzione più ampia dei suoi benefici. Questa visione si traduce in scelte industriali concrete: sviluppo di modelli a basso costo, maggiore interoperabilità e possibilità per gli utenti di selezionare sistemi diversi in base alle esigenze. L’obiettivo è quello di trasformare l’AI da monopolio tecnologico a ecosistema articolato, in cui convivano livelli differenti di complessità e accessibilità. E tuttavia, al di là delle dinamiche industriali e geopolitiche, resta centrale la domanda posta da Leone XIV: quale tipo di società si sta costruendo attraverso queste tecnologie? Se da un lato l’AI promette efficienza e innovazione, dall’altro rischia di rafforzare processi di concentrazione del potere e di ridefinire implicitamente categorie fondamentali come verità, responsabilità e lavoro. In questa tensione si inseriscono anche le analisi di studiosi dell’Università della California, Berkeley, che mettono in luce rischi sistemici legati alla perdita di responsabilità decisionale, alla presenza di bias algoritmici e all’ampliamento delle disuguaglianze connesse al divario digitale. Letture che trovano un possibile punto di sintesi nella prospettiva di Leone XIV: la tecnologia non è neutrale non solo nei suoi effetti, ma nel modo in cui riorganizza la nostra stessa idea di umano. La sfida, in definitiva, non riguarda soltanto la regolazione dell’intelligenza artificiale, ma la costruzione di un nuovo equilibrio tra innovazione e limite, efficienza e responsabilità. In gioco non vi è solo il futuro del lavoro o dell’economia digitale, ma la capacità delle società contemporanee di impedire che la logica algoritmica diventi l’unico principio di organizzazione del reale. Il futuro dell’AI dipenderà dunque non soltanto dal suo sviluppo tecnico, ma dalla maturità politica e culturale con cui verrà governata. In questa prospettiva — pur da angolazioni diverse — il pensiero di Leone XIV, le analisi di Bengio e le posizioni di attori industriali come Nadella convergono su un punto essenziale: l’essere umano deve restare al centro, non come variabile da ottimizzare, ma come soggetto di responsabilità, limite e decisione. *In via del tutto eccezionale privilegio l’acronimo inglese, poiché quello italiano (IA) richiama, con involontaria ironia, il raglio — seppur sincopato — di un asino. Apocalittici o integrati? Il quesito- di cui grazie ad un Umberto Eco abbiamo colto l’essenza - pare riproporsi. Soprattutto in ambito di confronto intellettuale. Ridotto ad un livello meno selettivo, per manifesta carenza di specifica competenza, il dilemma potrebbe oggi tradursi nella contrapposizione tra i dubbiosi (preoccupati?) e (a vario titolo e per diversi interessi) addomesticati. Collocandomi tra i primi, nel tentativo di comprensione del fenomeno mi affido a riflessioni altrui: autorevoli e, per quanto possibile, disinteressate. Muovendo da un presupposto condiviso: l’intelligenza artificiale (AI*) non è soltanto una delle principali innovazioni tecnologiche del nostro tempo, ma sta assumendo i contorni di una nuova infrastruttura del potere globale. Essa incide sull’economia, sulla politica, sull’informazione e persino sulle modalità con cui interpretiamo la realtà, coinvolgendo non solo tecnici e grandi aziende, ma l’intera sfera pubblica e la vita quotidiana dei cittadini. In questo scenario colpisce — o forse non dovrebbe — che una delle letture più profonde provenga da Papa Leone XIV, il quale nell’enciclica Magnifica Humanitas propone uno spostamento radicale del dibattito: non basta interrogarsi su ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di fare, ma occorre comprendere come essa stia già trasformando la nostra idea di umano, di verità e di limite. Il nodo centrale della sua riflessione non è dunque tecnico, ma antropologico: l’AI non si limita a produrre risultati, ma contribuisce a costruire un immaginario in cui il mondo appare interamente calcolabile, ottimizzabile e potenzialmente privo di incertezza. È proprio il concetto di limite, centrale nell’enciclica, a diventare la chiave interpretativa di questa trasformazione. Laddove la cultura contemporanea tende a considerarlo un ostacolo da superare, Leone XIV lo restituisce come
SOMMARIO 34 1 Editoriale 5 Italiche Tra i mari agitati 9 Elvetiche La Svizzera e la navigazione in tempi di acque agitate 12 Europee Fragili accordi 15 Geopolitiche Iran, Stati Uniti e Israele: sintesi della situazione e stato attuale dei nuovi negoziati di pace 18 Novità in Gazzetta Ufficiale 21 Angolo Legale Vento di patrimoniale Tra dibattito politico e realtà fiscale: come Italia e Svizzera tassano la ricchezza 25 Comunicazione interculturale d’impresa La geopolitica del tempo: il confine culturale tra Italia e Svizzera nelle collaborazioni tra PM 30 A Zurigo la 117a Assemblea generale della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera In Copertina Magnifica Humanitas è la prima enciclica di papa Leone XIV sul tema della «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale» 58 Locarno 79 Aspettando il festival 38 Primo piano Magnifica Humanitas: l’intelligenza artificiale e dignità della persona 42 Elefante invisibile Elogio dell’IRONIA… A titolo di esempio 44 La lingua batte dove… Accenti e intonazioni 49 Gian Lorenzo Bernini: scenografo del barocco romano 55 Fino al 9 novembre Biennale di Venezia: 61. Esposizione Internazionale d’Arte 63 Visioni del Tempo L’orologio: un bene, un marchio? Innanzitutto, un oggetto 66 Tele-visioni Una vittoria che non ha chiuso il dibattito ccis.ch/la-rivista Luca Valenziano: dall’universo primordiale alla diplomazia scientifica La Rivista · Aprile - Giugno 2026 2
Editore - Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Direttore - Giangi CRETTI Art Director - Marco DE STEFANO Collaboratori C. BIANCHI PORRO, V. CESARI LUSSO, M. CIPOLLONE, D. COSENTINO, L. D’ALESSANDRO, R. DE ROSA, N.FIGUNDIO, G.SORGE, M. FORMENTI, P. FUSO, T. GAUDIMONTE, T. GATANI, R. LETTIERI, F.MACRÌ, P.MEINERI, V. PANSA, CARMELA MASECCHIA SCHÖPF, N.TANZI, L.TERLIZZI Redazione Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. +41(0)44 289 23 23 www.ccis.ch /la-rivista larivista@ccis.ch Pubblicità Marco DE STEFANO Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. 0041(0)44 2892319 E-mail: mdestefano@ccis.ch Abbonamento annuo Chf. 40.- Estero: 50 euro Gratuito per i soci CCIS Le opinioni espresse negli articoli non impegnano la CCIS. La riproduzione degli articoli è consentita con la citazione della fonte. Periodico iscritto all’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Aderente alla FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero) Appare 4 volte l’anno. Stampa e confezione Nastro & Nastro srl 21010 Germignaga (Va) - Italy Tel. +39 0332 531463 www.nastroenastro.it 70 Note Italiane 74 Intervista con Rocco Zifarelli Il braccio destro di Ennio Morricone e Billy Cobham 76 Anteprime • Non tutto il Chianti è Classico • Valdarno di Sopra 2026 • L’altra Toscana • Chianti Lovers & Rosso Morellino • Vernaccia di San Gimignano 82 La Dieta Rivista Le “punturine per dimagrire” 85 L’Italia in tavola L’oro verde del Mediterraneo 89 Il mondo in Camera • CCIS e Consolato d'Italia a Basilea: firmato il Memorandum d'Intesa • Missione a Chieti per il “Made in Italy Roadshow in Abruzzo” • Catan.IA 2026. La Camera special guest dell’evento in Sicilia • Sardinia Days 2026: a Cagliari 17 startup sarde a confronto • Convention dei Desk Esteri di Confartigianato Vicenza • CCIS & Friends 2026: per la prima volta veste l’estate di Zurigo • Swiss Italian Startup Award: al via la terza edizione La Rivista · Aprile - Giugno 2026 3
Credi in te. Sei Produci fino a 6200 pensieri al giorno. E a volte ce n’è uno che non se ne va. css.ch/credi-in-te
La Rivista Italiche Il Pil italiano secondo l’Istat è atteso in crescita dello 0,7% sia nel 2026 sia nel 2027, dopo essere aumentato dello 0,5% nel 2025. Tra i mari agitati di Corrado Bianchi Porro Condizionati dalla durata e dagli effetti del conflitto In un quadro internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, i risultati delle previsioni restano comunque più che mai condizionati dalla durata del conflitto e dei suoi effetti nel tempo. Per l’intera area euro, l’impatto dell’aumento dei costi energetici, l’inasprimento del credito e l’aggravarsi delle incertezze determinerebbero una decelerazione del Pil al +0,9%, dal +1,4% del 2025. Per le imprese, l’incertezza riduce pure il fabbisogno di investimenti; gli elevati prezzi dell’energia rischiano inoltre di erodere in parte i margini di profitto. Le prospettive per la Cina indicano una graduale moderazione, con una crescita prevista al 4,5% nel 2026 e al 4,4% nel 2027 incamminata verso un trend giapponese. I consumi rimangono deboli, penalizzati dalla lenta crescita dei redditi e dagli effetti negativi sul patrimonio ancora derivanti dalla crisi del mercato immobiliare. La dinamica delle esportazioni rimane in parte incerta per le crescenti pressioni protezionistiche globali. L’intero settore della costruzione navale nei Paesi Ocse resta esposto alla crescente concorrenza cinese favorita sia dal mercato interno che da una quota crescente (i due terzi del totale) di export. La Cina è oggi L'aumento del Pil, nel biennio in previsione, verrebbe sostenuto interamente dalla domanda interna al netto delle scorte (+0,9 e +0,5 punti percentuali rispettivamente) mentre la domanda estera netta, condizionata dagli effetti del conflitto in Medio Oriente e dal conseguente aumento dei prezzi energetici, fornirebbe un contributo negativo quest’anno e nullo nel 2027. Sempre quest’anno i consumi delle famiglie son previsti in decelerazione rispetto all’anno precedente (+0,6% rispetto al +1,1% nel 2025) frenati dall’attenuazione della dinamica positiva delle retribuzioni pro capite e dall’aumento registrato dall’inflazione. Gli investimenti fissi lordi continuerebbero a crescere, seppur con intensità differente. L’aumento si attesterebbe al +2,2% quest’anno, sostenuto dagli interventi connessi al compimento del PNRR, mentre nel 2027 si determinerebbe una rilevante decelerazione in media d’anno (+0,5%) per il netto ridimensionamento degli stimoli pubblici. L’occupazione è prevista in rallentamento (+0,7%, dopo il +1,3% del 2025) a fronte però di un ulteriore calo del tasso di disoccupazione (5,5%, dal 6,1% del 2025). Gli andamenti dei prezzi delle materie prime risultano quest’anno in forte risalita, in dipendenza dall’andamento dell’inflazione, energia e trasporti. La Rivista · Aprile - Giugno 2026 5
saldamente il primo costruttore navale mondiale, mentre la percentuale dell’UE è scesa dal 20% del 2000 al 4-5% attuale, con numerose chiusure avvenute nel frangente nei cantieri in Germania, Regno Unito e Paesi nordici. Anche il Giappone ha ridotto i cantieri e la Corea, al secondo rango globale, ha attraversato forti crisi nei suoi tre principali gruppi navali, con pesanti ristrutturazioni e licenziamenti. Negli Usa, infine, il numero dei cantieri navali è calato del 70% dal 1975, con una perdita stimata di circa 70 mila posti di lavoro. Sostegni governativi all’industria La Via della Seta, oggi, percorre i mari e Hormuz non è un’eccezione. D’altra parte, la Cina gode di vantaggi in termini di costi che sono rafforzati dal sostegno governativo all'industria e ai suoi fornitori. Una nuova analisi dell'OCSE sui sussidi industriali indica in proposito che i totali (tra sovvenzioni, agevolazioni fiscali e prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato) destinati al settore cantieristico globale hanno superato 1,5 miliardi di dollari nel 2023 come nel 2024, rispetto a 1,37 miliardi di dollari nel 2022. Nel 2024, poi, le aziende cinesi del ramo hanno rappresentato 1,3 miliardi di dollari, una cifra pari all'84% dei sussidi totali all’intero comparto. In quell’anno, i sussidi alle imprese cinesi ammontavano a circa il 2,5% del loro fatturato, in linea con la media del periodo 2010-2024. Al contrario, le imprese dei paesi OCSE hanno ricevuto sussidi pari ad appena lo 0,2% del loro fatturato nel 2024, dimezzati rispetto alla loro media di lungo periodo dello 0,4%. Nel periodo 2010-2024, i sussidi totali al settore hanno raggiunto i 25,6 miliardi di dollari. Di questa somma, 21,3 miliardi di dollari sono stati destinati ad aziende cinesi, rispetto a circa 4 miliardi di dollari indirizzati ad aziende localizzate altrove. D’altro canto, i costi del lavoro nel settore manifatturiero cinese rimangono significativamente inferiori a quelli delle altre principali economie cantieristiche. I salari medi nel ramo manifatturiero cinese sono più di tre volte inferiori a quelli della Corea e quasi la metà di quelli del Giappone rileva l’OCSE e ciò spiega il boom della cantieristica orientale. È giusto, tuttavia, notare come questo divario si è ridotto notevolmente dall'inizio degli anni 2000, quando i costi del lavoro in Cina erano circa 20 volte inferiori, ma di certo il divario continua a esercitare una pressione competitiva sulle economie cantieristiche Ocse. La lezione del Covid Tuttavia, la lezione post Covid di avere necessità di prodotti sempre e comunque a disposizione, senza dover dipendere da altri (specie nei casi più critici e delicati di pandemie e guerre), ha generato nel tempo un rientro nell’Unione europea di alcune produzioni specialistiche che negli ultimi anni erano “migrate” in Cina ed India, alla ricerca di un risparmio di costi. Tipico è il caso dell’industria farmaceutica italiana che – paradossalmente e in forza della situazione critica dei transiti attraverso il mar Rosso – ha acquisito (anche da parte dei colossi dell’industria farmaceutica elvetica), un rientro di commesse di alcune lavorazioni specialistiche. Ovviamente l’Italia – all’interno dell’UE – è il Paese che ha i costi tra i più bassi del vecchio continente e una qualità che è a dir poco eccellente; è dunque quella che più si è avvantaggiata di questo “ritorno a casa” senza dover dipendere dalle La Cina insidia di gran lunga gli Usa e i Paesi nordici nel trasporto marittimo intercontinentale La Rivista · Aprile - Giugno 2026 6
perduranti incertezze geopolitiche del canale di Suez che si sono poi aggravate a seguito del conflitto con l’Iran e alle travagliate vicende collegate allo stretto di Hormuz. Secondo i dati forniti da Stefania Trenti, economista presso Intesa Sanpaolo nel corso di un incontro svoltosi presso la Confindustria di Como, gli investimenti più rilevanti per le industrie italiane riguarderanno quest’anno quelli relativi alle risorse energetiche e all’Intelligenza Artificiale, con attenzione specifica alla sicurezza e alle possibilità relative all’ e-commerce, mentre in forte calo dovrebbero risultare le operazioni di acquisizioni e vendite di aziende sia in Italia che all’estero, così come logica appare la minore propensione all’acquisizione di immobili e terreni. Comunque, anche in questo caso, basta una singola importante operazione per spostare gli equilibri generali, specie nel settore bancario dove gli interessi si addensano in tutta Europa e l’Italia è certamente nel novero. La Rivista Italiche I costi più bassi e il sostegno governativo sono alla base del vantaggio di prezzi della Cina. Stefania Trenti, di Intesa Sanpaolo, nel corso del suo intervento alla Confindustria di Como La Rivista · Aprile - Giugno 2026 7
Nuova Volvo EX60 A B C D E F G B La nuova Volvo unisce un’autonomia fino a 810 km a una ricarica veloce: bastano solo 10 minuti di carica per ottenere 340 chilometri in più. L’abitacolo si distingue per i suoi spazi generosi e i sedili ergonomici, che assicurano il massimo comfort a prescindere dalla durata del tuo viaggio. Freedom to move. Electric. volvocars.ch/EX60 Volvo EX60 P12 AWD, 680 CV/500 kW. Consumo medio di energia elettrica: 16 kWh/100 km, Emissioni di CO2: 0 g/km. Categoria d’efficienza energetica: B.
Geopolitica, guerre, contrasti nei commerci certo pesano anche qui ma l’economia elvetica tiene ancora una volta meglio di molte altre La Svizzera e la navigazione in tempi di acque agitate di Lino Terlizzi dello 0,9% quest’anno e dell’1,6% il prossimo. Parliamo di PIL al netto degli eventi sportivi, precisazione necessaria perché la Svizzera è sede di organizzazioni internazionali dello sport che hanno risvolti e indotti economici di rilievo. Anche al netto di quest’ultimi l’economia elvetica, pur rallentando di 0,1 punti rispetto alle previsioni precedenti della stessa SECO, evita ancora recessioni e forti cadute. Occorre ricordare che l’aumento del PIL era stato dell’1,2% nel 2024 e dell’1,5% nel 2025. Nel primo trimestre di quest’anno, la crescita è stata dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti, contro lo 0,2% dell’ultimo trimestre 2025. Le previsioni della SECO per il 2026 e il 2027 sono legate allo scenario di base, ritenuto il più probabile. Se i conflitti bellici in Medio Oriente e in altre aree si aggravassero, e/o se i contrasti commerciali collegati in gran parte ai dazi degli Stati Uniti peggiorassero, certamente anche la crescita economica svizzera potrebbe essere minore. Viceversa, se la geopolitica e il quadro economico mondiale migliorassero più del previsto, chiaramente anche la crescita elvetica potrebbe beneficiarne per la sua parte. Detto questo, è interessante osservare anche cosa la SECO prevede, sempre considerando lo scenario di base, per alcune delle maggiori aree sviluppate. Gli Stati Si dice spesso che la Borsa svizzera ha un carattere difensivo, che tende a essere molto equilibrata, in altre parole che guadagna meno di altre quando la fase è positiva ma perde meno di altre quando la fase è negativa. Il risultato è comunque un saldo positivo, una solidità di fondo spesso priva di acuti eclatanti ma altrettanto spesso rassicurante per chi punta sul lungo periodo e non sulle oscillazioni a breve. La descrizione potrebbe valere per molti aspetti anche per l’economia elvetica nel suo complesso. Anche in termini di industria e commerci, oltre che di finanza, la Svizzera tende nell’insieme, fatti salvi casi particolari, a non avere impennate spettacolari neppure nelle fasi positive del quadro internazionale; d’altro canto, il Sistema Paese elvetico tende anche a mantenere la rotta nelle fasi negative, di acque molto agitate, subendo inevitabilmente come accade ora un rallentamento, ma al tempo stesso tenendo la posizione meglio di molti altri. Situazione e prospettive Secondo le previsioni congiunturali del gruppo di esperti della Confederazione, pubblicate il 18 giugno dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), il Prodotto interno lordo (PIL) svizzero dovrebbe crescere La Rivista Elvetiche La Rivista · Aprile - Giugno 2026 9
Uniti secondo Berna dovrebbero crescere del 2,2% nel 2026 e del 2% nel 2027, l’Eurozona rispettivamente dello 0,6% e dell’1,3%, il Regno Unito dell’1,1% e dell’1,2%, il Giappone dello 0,5% e dello 0,7%. Sviluppo e resilienza A parte gli Stati Uniti, che mantengono una crescita economica un po’ più alta quest’anno ma sono previsti dalla SECO in rallentamento il prossimo anno, le altre aree sono al contrario previste in calo quest’anno e in parziale ripresa il prossimo. Come si vede, in questo quadro i numeri stimati per la Svizzera per il biennio 2026-2027 sono nel complesso migliori rispetto a quelli di Regno Unito, Eurozona, Giappone. Stiamo parlando di risultati per tutti contenuti e non clamorosi, questo è chiaro, ma sarebbe un errore sottovalutare sia quanto si ottiene alle latitudini rossocrociate nonostante il peso del quadro globale, sia il fatto che la Svizzera è già da molto tempo presente nei primi posti della classifica mondiale del PIL pro capite (cioè del PIL nazionale diviso per il numero di abitanti). Naturalmente quando si ha una posizione di questo tipo è più difficile aggiungere ulteriori, consistenti quote di Prodotto interno lordo. Ciò nonostante, l’economia elvetica manifesta resilienza e questo è un elemento che pure va considerato. Sono certamente molte le ragioni del marcato sviluppo raggiunto dalla Svizzera nelle fasi economiche positive e della sua resilienza nelle fasi negative. Accenniamo in questa sede a tre capitoli fra i principali. Il primo capitolo è che l’economia elvetica è molto articolata, è fatta di industria, finanza, commerci; il Paese nonostante le sue non grandi dimensioni ha attività diversificate, con molte imprese che puntano su beni e servizi ad alto valore aggiunto. Il secondo capitolo è che la Svizzera da sempre mira a una bassa inflazione, senza concessioni all’idea di un rincaro in cambio di una vera o presunta crescita economica; ciò è stato ed è reso possibile anche dalla forza del franco, che crea alcuni ostacoli a un export che comunque è rimasto robusto ma che permette di avere un import meno caro, contribuendo così alla bassa inflazione e dunque anche a bassi tassi di interesse; il rincaro contenuto ha dato maggiori certezze nei consumi e negli investimenti ed è dunque un fattore di crescita economica nel lungo periodo, non di freno. Il terzo capitolo è rappresentato dai conti pubblici in ordine, con un basso indebitamento pubblico; il rigore ha consentito di non disperdere risorse in oneri eccessivi sul debito, di contribuire a non alimentare l’inflazione, di avere mezzi della mano pubblica tali da garantire un buon livello di servizi e tali da poter intervenire in caso di crisi gravi, come è successo ad esempio, per rimanere agli ultimi anni, durante la pandemia. Senza conti tenuti in ordine nel tempo, un intervento pubblico, ingente e rapido, non sarebbe stato possibile oppure avrebbe causato problemi finanziari non secondari, che qui invece non ci sono stati. Il versante dell’inflazione Vale la pena di soffermarsi ancora sulla questione dell’inflazione, o rincaro che dir si voglia, sia perché è tornata a salire a livello internazionale, sia perché come detto la linea dell’inflazione bassa è uno dei pilastri del Sistema Svizzera. Dopo le impennate del biennio 2022-2023, causate anche e soprattutto dal post pandemia e dall’invasione russa dell’Ucraina, con annessi e connessi sulle materie prime, l’inflazione è in ampia misura rientrata, anche attraverso l’azione delle banche centrali che hanno aumentato i tassi di interesse, poi di nuovo abbassati una volta passata la tempesta. A spingere poi nuovamente il rincaro nel quadro mondiale, pur senza tornare ai picchi del biennio citato, nell’ultiIl Sistema Paese elvetico tende a mantenere la rotta anche nelle fasi negative, di acque molto agitate La Rivista · Aprile - Giugno 2026 10
La Rivista Elvetiche si conferma come Paese a inflazione nettamente bassa. Le banche centrali L’obiettivo della Federal Reserve (Fed) americana, della Banca centrale europea (BCE), di altri importanti istituti di emissione è un’inflazione media annua del 2%. I rincari registrati sino a metà 2026 rendono in molti Paesi difficile, se non impossibile, il ritorno a questa soglia nella sintesi dell’anno intero, come si vede anche dalle previsioni citate. La speranza, tinta di ottimismo, è che ci siano cali consistenti dell’inflazione l’anno prossimo. Ciò dipenderà anche e soprattutto dallo scenario geopolitico. Nel frattempo, le banche centrali dovranno decidere se aumentare o meno i tassi di interesse. La Banca nazionale svizzera (BNS) dal canto suo gioca una partita in parte diversa. Il suo obiettivo è un’inflazione nella fascia 0-2% e questo obiettivo è stato raggiunto; il tasso elvetico di riferimento mentre scriviamo è a zero. La preoccupazione della BNS è che il franco salga troppo, ostacolando l’export elvetico; tornare ai tassi negativi per frenare la valuta potrebbe però creare problemi, l’altra via per trattenere la moneta è ancora quella degli acquisti di valute estere sul mercato. D’altronde più di quel tanto la BNS non può/ deve fare, il franco può essere forte o troppo forte, ma ben difficilmente sarà debole, perché è spinto dai fondamentali del Sistema Paese. La forza del franco d’altro canto resta una delle chiavi dell’inflazione bassa in Svizzera. mo anno sono stati soprattutto due fattori. Il primo è l’ondata di dazi verso il resto del mondo creata dal presidente USA Trump. Una parte dei dazi americani è stata fermata da una decisione della Corte Suprema statunitense, ma un’altra parte è rimasta e Washington mentre scriviamo sta peraltro cercando di introdurne altri. Tutto ciò ha spinto i prezzi negli USA, ma anche in altre parti del mondo perché ci sono stati controdazi e perché gli scambi economici hanno subito ostacoli che prima non c’erano. Il secondo elemento principale di spinta ai prezzi è stato l’estendersi dei conflitti bellici in Medio Oriente, inclusa la guerra di USA e Israele contro l’Iran, che si è aggiunta a Gaza, al Libano, ad altri scontri armati. I blocchi dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran hanno portato a rincari per il petrolio, per il gas naturale, per altre merci. Ne ha risentito soprattutto l’Asia, ma anche l’Europa. E ne hanno risentito anche gli Stati Uniti, che pure sono grandi produttori di petrolio, che hanno registrato rincari perché i prezzi per i derivati dal greggio, come quelli di altri beni, tendono comunque ad allinearsi al livello più alto. I negoziati e la tregua tra Washington e Teheran hanno fatto in parte calare la tensione, anche sui prezzi, ma la tenuta degli accordi è da verificare e comunque occorre tempo anche per smaltire, se le cose andranno per il verso giusto, l’effetto di rincaro. Nelle sue analisi di inizio giugno, sempre nello scenario di base, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) prevede per l’insieme dei Paesi del G20 un’inflazione in media annua del 4%, in aumento rispetto al 3,4% del 2025; nel 2027 poi il rincaro potrebbe calare al 3,1%. Gli Stati Uniti, che nel 2025 erano al 2,6%, potrebbero salire al 3,7% nel 2026, prima di ridiscendere al 2,1% nel 2027. L’Eurozona potrebbe registrare un 2,8% quest’anno, dopo il 2,1% dell’anno scorso, prima di calare al 2,4% l’anno prossimo. Alla Svizzera l’OCSE assegna uno 0,7% sia per il 2026 sia per il 2027, dopo lo 0,2% del 2025. A Berna la SECO conferma l’aumento dopo lo 0,2% dell’anno scorso, ma stima l’inflazione elvetica allo 0,6% sia quest’anno sia il prossimo. In ogni caso, la Confederazione La BNS ha raggiunto l'obiettivo di un'inflazione nella fascia 0-2%. Ma l'istituto cerca anche di evitare che il franco si rafforzi troppo La Rivista · Aprile - Giugno 2026 11
Dopo oltre tre mesi dall’inizio degli attacchi militari e a più di due mesi dalla dichiarazione di cessate il fuoco, anticipata da una serie infinita di annunci e smentite di un possibile accordo di pace tra Stati Uniti ed Iran, l’intesa è stata formalmente raggiunta e siglata “a distanza” al termine del vertice del G7 che si è concluso il 17 giugno a Evian, con il plauso dei capi di Stato presenti. Fragili accordi di Viviana Pansa l’integrità territoriale e la sovranità. Un punto, questo, che aveva fatto slittare l’intesa a causa dei raid militari su Beirut disposti dal premier israeliano Benjamin Netanyahu proprio alla vigilia della festa per gli 80 anni del presidente americano Donald Trump e che, secondo le intenzioni di quest’ultimo, avrebbe dovuto coronare i festeggiamenti alla Casa Bianca. Fonti americane avevano riferito allora di ripetute telefonate di Trump al premier israeliano per scongiurare la possibilità che gli attacchi potessero causare il fallimento dei negoziati. E c’è da chiedersi se Trump saprà far rispettare questo impegno, visto che gli scontri nel Sud del Libano sono comunque continuati nonostante l’invio del Memorandum a Netanyahu e la presa di posizione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha affermato che “qualsiasi attacco militare da parte del regime sionista contro il Libano d’ora in poi e il protrarsi dell’occupazione dei territori libanesi saranno considerati, a nostro avviso, una violazione del Memorandum”. Ancora in queste ore le offensive sono proseguite, nonostante il cessate il fuoco, confermato anche da Hezbollah, con Israele che ha più volte ripetuto di voler mantenere le sue forze nell’area e i tentativi dell’amministrazione USA di arrestare l’escalation sostenuta dall’estrema destra del governo Netanyahu. Non un accordo, ma un Memorandum di intesa i cui punti sostanziali dovranno essere definiti più nello specifico entro 60 giorni dalla firma e che, a una prima considerazione, sembrano in realtà aver accolto tutte le richieste della Repubblica Islamica. Un risultato che tradisce forse l’impazienza di Trump per l’allungamento dei negoziati, mal tollerato con l’approssimarsi delle elezioni americane di Midterm. Il testo, diffuso dall’amministrazione americana in un incontro con i giornalisti proprio a margine del G7, prevede la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, l’astensione dall’interferenza nei reciproci affari interni, la rimozione del blocco navale da parte degli Stati Uniti e il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz. Prevista anche la fine delle sanzioni contro l’Iran, lo sblocco dei suoi beni e fondi congelati, ulteriori negoziati per risolvere la questione dell’uranio arricchito e del programma nucleare iraniano e lo sviluppo di un piano con almeno 300 miliardi di dollari – senza che ne sia stata definita la provenienza - per la ricostruzione di Teheran. Controversie e violazioni Si tratta di dichiarazioni generali molto controverse, a cominciare dall’inclusione del Libano nella zona su cui devono cessare le operazioni militari e di cui si chiede di garantire La Rivista Europee La Rivista · Aprile - Giugno 2026 12
L’astensione dall’ingerenza negli affari interni iraniani assicurerebbe inoltre la continuità del regime ora guidato da Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema Ali Khamenei, la cui uccisione, nel primo giorno del conflitto, aveva fatto sperare in una transizione verso un regime meno illiberale di quello degli Ayatollah. Una possibilità che aveva contribuito ad attenuare la presa di posizione sull’avvio delle ostilità da parte degli Stati Uniti e di Israele a danno dell’Iran in seno alla stessa Unione Europea, preoccupata principalmente degli effetti del conflitto su approvvigionamento e conseguente aumento dei costi dell’energia – cosa che si è puntualmente verificata, con una spinta inflattiva che ha costretto la Banca Centrale Europea ad un rialzo dei tassi di interesse. Non appare chiara neppure la soluzione della questione del programma nucleare iraniano e quella delle scorte di uranio arricchito, che il presidente Trump aveva indicato quale ragione principale dell’attacco militare e che dovrà essere gestita attraverso un secondo accordo più dettagliato, con una probabile moratoria del programma da parte iraniana. Il nodo di Hormuz Sulla rimozione del blocco navale e il ripristino del passaggio “sicuro di navi commerciali senza pedaggi” dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa, il Memorandum precisa che si dialogherà per definire “l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”, cosa che non esclude un possibile controllo del traffico da parte di Teheran. Si tratta di un’eventualità che consentirebbe all’Iran di mantenere un enorme potere negoziale in Medio Oriente, condizione che di fatto si sta già verificando, viste le minacce di richiudere lo Stretto in risposta alla violazione del cessate il fuoco nel Libano meridionale alla vigilia dei colloqui di Lucerna, che sembrano arenarsi ancor prima di iniziare. In questo contesto, se la tregua si consoliderà, potrebbe intervenire anche l’Unione Europea come parte integrante di una presenza internazionale necessaria a facilitare il traffico delle merci nello Stretto – cui occorre in primis lo sminamento del passaggio, - così come per stabilizzare l’area del Golfo Persico. Trump stesso non ha escluso l’ipotesi, pur sottolineando in più occasioni – l’ultima anche al G7 - l’irrilevanza degli alleati europei nella disputa con l’Iran, ribadendo più volte di non essere stato “aiutato”. Ancora una volta, la dialettica del Presidente, prima e dopo il G7, alimenta la polarizzazione USA-Europa, anche con le dichiarazioni poco rispettose rese da Trump sull’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni, cui si aggiungeva in contemporanea l’intervento del segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, alla riunione dei Ministeri della Difesa della NATO, che annunciava una “profonda revisione” dello schieramento statunitense in Europa, con tanto di critiche - poco pertinenti in quella sede - sulla gestione della questione migratoria in UE. E intanto sull’altro fronte L’intento ultimo di questa polarizzazione potrebbe essere la destabilizzazione dell’architettura europea, cosa che non giova neppure nella ricerca di una soluzione del conflitto geograficamente più vicino a Bruxelles, quello tra la Russia e l’Ucraina, inserito tra i temi dell’agenda del G7 e del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, a cui ha partecipato come ospite anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Prima dei vertici, la novità su questo fronte era stata l’incontro tra i leader di Francia, Germania e Regno Unito con Zelensky per discutere di un possibile negoziato di pace, seguito da un colloquio dei rispettivi rappresentanti diplomatici a Mosca con il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin, conclusosi senza un nulla di fatto e con la portavoce del Ministero, Maria Zakharova che aveva accusato i tre leader europei di “far finta di chiedere la pace, quando in realtà avanzano condizioni a priori inaccettabili” perché, a suo dire, produrrebbero una “militarizzazione dell’Ucraina”. Le condizioni definite con Zelensky includevano infatti, oltre al cessate il fuoco immediato, al congelamento dell’attuale linea Al termine del vertice del G7 che si è concluso il 17 giugno a Evian è stata formalmente raggiunto e siglato “a distanza” un Memorandum di intesa che dovrebbe portare ad un accordo di pace in Medio Oriente La Rivista · Aprile - Giugno 2026 13
del fronte e al blocco dei fondi russi fino a che il Cremlino non abbia ripagato il Paese invaso dai danni procurati dal conflitto, garanzie di sicurezza per Kiev come il dispiegamento della Forza multinazionale per l’Ucraina – progetto che fa capo alla Coalizione dei Volenterosi e per cui Francia e Regno Unito hanno già siglato una dichiarazione di intenti. Parlare con una voce sola Dopo il fallimento di questo tentativo, l’auspicio era stato che l’Unione tornasse a parlare con una voce sola, come sottolineato anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un incontro con la premier Meloni e altri esponenti del governo alla vigilia del Consiglio europeo. La stessa Meloni, in Parlamento, aveva preso le distanze dal formato diplomatico E3 – che riunisce i 3 Paesi europei sopra citati – ribadendo “la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa” per giungere ad una possibile soluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. All’ultimo Consiglio europeo, in effetti, una convergenza è stata trovata con l’approvazione unanime delle conclusioni in cui si stabilisce che l’Unione continuerà a sostenere l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, una soluzione che rispetti il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite e la proroga delle sanzioni contro la Russia per 12 mesi. Un’unanimità che non si raggiungeva dal dicembre 2024, come ha fatto notare il presidente del Consiglio Antonio Costa, di cui si parla come uno dei possibili candidati a rappresentare l’UE nei negoziati di pace con la Russia. A frenare su un possibile portavoce è stato però il cancelliere tedesco Friedrich Merz che, incontrando la stampa al termine del Consiglio, ha affermato: “siamo tutti d’accordo sul fatto che adesso serve un negoziato per raggiungere una pace in Ucraina. Solo successivamente si definirà chi parteciperà e chi parlerà a nome dell’Europa – ha detto Merz, aggiungendo che “una cosa è certa: non ci sarà alcun mediatore che negozi al posto dell’Ucraina. L’Ucraina parlerà per sé stessa. La Russia dovrà infine decidere se entrare o meno in negoziati seri. La decisione di avviare negoziati spetta esclusivamente alle parti coinvolte”. Da parte sua, la Russia sembra però avere già escluso l’Unione dalle trattative, perché non la considera neutrale, visto il sostegno assicurato a Kiev. “Gli europei fingono di voler trattare con la Russia, ma in realtà puntano solo a guadagnare tempo per prepararsi a una guerra entro il 2030 – ha affermato in questi giorni il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, che giudica invece Donald Trump pronto a riprendere il dialogo per negoziare una pace in Ucraina, e Mosca è disposta a parlare con lui. Per Lavrov l’unità di intenti tra le due sponde dell’Atlantico emersa dal vertice del G7 ad Evian sarebbe solo apparente e non destinata a durare a lungo. Un’affermazione che quanto è seguito alla conclusione del vertice, almeno in termini di dichiarazioni, sembrerebbe confermare. Da Evian giunge l’auspicio che l’Unione torni a parlare con una voce sola. Purtroppo non tutti concordano su chi lo possa fare materialmente Per il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov l’unità di intenti tra le due sponde dell’Atlantico emersa dal vertice del G7 ad Evian sarebbe solo apparente e non destinata a durare a lungo La Rivista · Aprile - Giugno 2026 14
La Rivista Geopolitiche Iran, Stati Uniti e Israele: sintesi della situazione e stato attuale dei nuovi negoziati di pace di Eva Castagnetti Negli ultimi mesi il Medio Oriente è stato attraversato da una delle fasi diplomatiche più complesse e delicate degli ultimi anni. Dopo un lungo periodo di escalation militare, tensioni regionali e scontri diretti tra Iran, Stati Uniti e Israele, si è aperta una nuova stagione negoziale che punta a trasformare una fragile tregua in un accordo più ampio e duraturo. Tuttavia, il percorso verso la pace resta incerto e costellato di ostacoli. Per comprendere gli sviluppi recenti è necessario ricostruire il contesto che ha portato le parti a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative. Le radici del conflitto I rapporti tra Stati Uniti e Iran sono segnati da quasi mezzo secolo di ostilità. Dalla rivoluzione islamica del 1979 alla crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran, passando per le sanzioni economiche e le dispute sul programma nucleare iraniano, la sfiducia reciproca è diventata un elemento strutturale della politica regionale. Israele, dal canto suo, considera da anni l’Iran la principale minaccia strategica alla propria sicurezza nazionale. Tel Aviv accusa Teheran di sostenere organizzazioni armate come Hezbollah in Libano e altri gruppi alleati nella regione. L’Iran respinge queste accuse, sostenendo di perseguire una strategia di deterrenza contro Israele e contro l’influenza americana in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano ha rappresentato il nodo centrale delle tensioni. L’accordo del 2015, noto come JCPOA, sembrava aver aperto una fase di distensione, ma il ritiro unilaterale degli Stati Uniti nel 2018 ha riacceso il confronto e portato a una nuova spirale di sanzioni e contrapposizioni. Dalla guerra del 2025 alla nuova fase diplomatica Un passaggio decisivo è stato rappresentato dalla breve ma intensa guerra tra Israele e Iran del giugno 2025. Quel conflitto, durato pochi giorni ma caratterizzato da attacchi missilistici e raid aerei di grande portata, ha dimostrato quanto rapidamente la regione potesse avvicinarsi a una È iniziato al Bürgenstock sopra il lago dei Quattro Cantoni, il percorso verso la pace in Medio Oriente che resta incerto e costellato di ostacoli La Rivista · Aprile - Giugno 2026 15
guerra su vasta scala. La tregua raggiunta nel giugno 2025, mediata soprattutto dagli Stati Uniti e dal Qatar, ha evitato un’escalation ancora più pericolosa. Tuttavia, non ha risolto le cause profonde del conflitto. La cessazione delle ostilità è rimasta fragile e soggetta a continue tensioni. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026 sono quindi proseguiti contatti diplomatici, incontri indiretti e tentativi di rilanciare un dialogo più strutturato. Oman, Svizzera, Pakistan e Qatar hanno svolto ruoli di mediazione particolarmente importanti. I negoziati del 2026 Dopo il nuovo inizio delle ostilità con l'attacco Israelo-americano all'Iran il 28 febbraio 2026, la svolta diplomatica più significativa è arrivata pochi giorni fa, nel giugno 2026, quando Washington e Teheran hanno annunciato un memorandum d’intesa destinato a interrompere oltre tre mesi di confronto militare e a creare le condizioni per una trattativa più ampia. Secondo le informazioni emerse, l’intesa prevede una cessazione temporanea delle ostilità e una serie di misure reciproche da verificare nel tempo. L’obiettivo immediato non è ancora un trattato di pace definitivo, ma piuttosto la trasformazione di una tregua precaria in un quadro negoziale stabile. Il documento include inoltre riferimenti alla sicurezza marittima e alla riapertura delle principali rotte commerciali del Golfo Persico, fondamentali per il mercato energetico mondiale. Uno degli aspetti più rilevanti è che il negoziato non riguarda soltanto il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Iran. Sullo sfondo vi sono infatti numerose questioni regionali: il Libano, il ruolo di Hezbollah, la sicurezza di Israele, le sanzioni economiche, il programma nucleare iraniano e l’equilibrio strategico dell’intero Medio Oriente. Il ruolo di Israele Israele si trova in una posizione complessa. Da una parte accoglie con favore qualsiasi riduzione delle minacce dirette provenienti dall’Iran; dall’altra teme che un accordo troppo favorevole a Teheran possa rafforzare il suo principale avversario regionale. Molti osservatori sottolineano come il governo israeliano continui a considerare prioritario il contenimento delle capacità militari iraniane e delle reti di alleanze costruite da Teheran nella regione. Per questo motivo Israele insiste affinché eventuali accordi includano garanzie concrete sulla sicurezza e sui programmi missilistici iraniani. Al tempo stesso, gli sviluppi in Libano stanno influenzando direttamente il processo diplomatico. Le continue tensioni tra Israele e Hezbollah hanno dimostrato quanto sia difficile separare il dossier iraniano da quello libanese. Le violenze lungo il fronte libanese hanno infatti più volte rischiato di compromettere i colloqui tra Washington e Teheran. Il nodo del Libano e di Hezbollah Uno degli elementi più delicati riguarda il rapporto tra Iran e Hezbollah. Per Teheran il movimento sciita libanese rappresenta un alleato strategico e uno strumento fondamentale della propria influenza regionale. Negli ultimi mesi l’Iran ha insistito affinché la questione libanese fosse inclusa nelle discussioni più ampie sulla sicurezza regionale. Diverse dichiarazioni iraniane hanno indicato che una stabilizzazione duratura richiederebbe anche una soluzione delle tensioni tra Israele e il Libano. Questo punto costituisce una delle principali divergenze tra le parti. Mentre Teheran considera i diversi teatri regionali come parte di una La conquista da parte dell’esercito israeliano del castello di Beaufort, arroccato a 700 metri di altezza sul fiume Litani nel Libano meridionale e conteso da quasi 900 anni, ha un valore simbolico, in quanto storicamente chi controlla il castello controlla il Libano meridionale e il nord di Israele La Rivista · Aprile - Giugno 2026 16
La Rivista Geopolitiche accuse reciproche di violazioni e nuove tensioni legate allo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta. Le divergenze sulla situazione in Libano, le differenti interpretazioni degli impegni assunti e la persistente sfiducia reciproca mostrano quanto sia difficile trasformare una tregua in una pace duratura. I prossimi sessanta giorni saranno decisivi per verificare la reale volontà politica delle parti. Conclusioni Il processo di pace tra Iran, Stati Uniti e Israele rappresenta uno dei più importanti tentativi di stabilizzazione del Medio Oriente degli ultimi anni. La diplomazia è riuscita, almeno temporaneamente, a interrompere una dinamica che rischiava di trascinare l’intera regione in un conflitto ancora più vasto. Tuttavia, la distanza tra una tregua e una pace autentica resta significativa. Questioni fondamentali come il programma nucleare iraniano, il ruolo di Hezbollah, la sicurezza di Israele, il futuro del Libano e il sistema delle sanzioni economiche non hanno ancora trovato una soluzione definitiva. I prossimi mesi mostreranno se gli accordi preliminari potranno evolvere in un’intesa storica capace di ridefinire gli equilibri del Medio Oriente oppure se le tensioni accumulate in decenni di ostilità finiranno per prevalere ancora una volta. In ogni caso, il percorso diplomatico avviato nel 2026 costituisce uno dei passaggi geopolitici più significativi e delicati dell’attuale fase internazionale. unica crisi, Washington e Israele tendono a separare i vari dossier per evitare che il negoziato diventi troppo complesso. Il programma nucleare Il tema nucleare resta probabilmente il più importante nel lungo periodo. Sebbene gli accordi preliminari recenti abbiano privilegiato il cessate il fuoco e la stabilizzazione immediata, la questione dell’arricchimento dell’uranio e delle attività nucleari iraniane rimane sul tavolo. L’Iran continua a sostenere di non voler sviluppare armi nucleari e rivendica il diritto a utilizzare la tecnologia nucleare per scopi civili. Stati Uniti e Israele chiedono invece garanzie verificabili che impediscano qualsiasi possibile sviluppo militare del programma. La difficoltà consiste nel trovare un equilibrio tra il diritto iraniano all’energia nucleare civile e le richieste internazionali di trasparenza e controllo. Le motivazioni economiche Un altro fattore fondamentale dietro l’attuale fase negoziale è rappresentato dall’economia. Le sanzioni hanno colpito duramente l’economia iraniana, mentre l’instabilità nel Golfo Persico ha avuto conseguenze sui mercati energetici internazionali. Per Teheran, un alleggerimento delle restrizioni economiche potrebbe offrire risorse essenziali per la crescita interna. Per Washington e i partner occidentali, una maggiore stabilità nelle rotte energetiche contribuirebbe a ridurre i rischi per l’economia globale. Le fragilità dell’accordo Nonostante i progressi diplomatici, il processo rimane estremamente vulnerabile. Proprio nei giorni successivi all’intesa preliminare sono emerse Il processo è messo a dura prova dalle accuse reciproche di violazioni e nuove tensioni legate allo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta La Rivista · Aprile - Giugno 2026 17
Novità in Gazzetta Ufficiale Il documento di finanza pubblica e il decreto fiscale, i dati sugli investimenti esteri in Italia e la nuova legge per l’assistenza sanitaria ai connazionali residenti nei Paesi extra europei; le prime IGP non agri e i nuovi sottosegretari al Ministero delle imprese e del made in Italy e alla Farnesina. di Manuela Cipollone Diversi i provvedimenti approvati negli ultimi mesi e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. A fine aprile il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, ha approvato il Documento di finanza pubblica (DFP) 2026. Il documento – fondamentale per la pianificazione finanziaria e macroeconomica dell'Italia e per la relazione con l'Unione Europea – è principalmente incentrato sulla rendicontazione dei progressi compiuti nel corso del 2025 nell’attuazione del Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029, in ottemperanza alla normativa eurounitaria che prevede l’invio alla Commissione europea di una Relazione annuale sui progressi compiuti ( Annual Progress Report). Alla luce della “profonda incertezza” che caratterizza il contesto internazionale a causa della crisi in Medio Oriente, il Governo prevede, per il 2026, una crescita del Pil dello 0,6%, inferiore rispetto a quella indicata nel Documento programmatico di finanza pubblica approvato ad ottobre (pari allo 0,7%). Tale andamento è confermato anche per il 2027, La Rivista Burocratiche mentre le previsioni per il biennio 2028-2029 prefigurano una crescita annua dello 0,8%. Basato sulle stime di consuntivo pubblicate dall’Istat a inizio aprile, il DFP fissa al 3,1% il deficit per il 2025 (ad ottobre le stime erano del 3%) e lo stima al 2,9% per il 2026. Successivamente, il deficit tendenziale scenderà ancora, attestandosi al 2,8% nel 2027 e al 2,5% nel 2028, per poi chiudere al 2,1% nel 2029. Le stime di consuntivo relative al 2025 mostrano un tasso di crescita dell’indicatore della spesa netta pari all’1,9%. Le previsioni per gli anni successivi stimano che la crescita dell’indicatore si porterà nel 2026 all’1,6%, per poi aumentare nel 2027 al 2,2% e attestarsi all’1,7 nel 2028. Il rapporto debito/PIL, a partire da un dato di consuntivo del 2025 meno favorevole rispetto alle attese (137,1% del PIL), dopo l’incremento atteso nell’anno in corso (138,6% del PIL) che risente ancora dell’impatto di cassa dei crediti di imposta legati al superbonus, mostra una discesa già a partire dal 2027 (138,5% del PIL), che prosegue nel 2028 (137,9% del PIL) e nel 2029 (136,3%). Il decreto fiscale Il decreto fiscale e il fondo per le imprese È entrato in vigore il 23 maggio scorso il decreto fiscale (Disposizioni urgenti in materia fiscale ed economica) che prevede, tra le altre misure, un credito d'imposta per le imprese, un fondo per la promozione, lo sviluppo e la crescita delle imprese artigiane, un nuovo regime per i lavoratori impatriati e agevolazioni per le aziende coinvolte nella preparazione dell’Americas’s Cup in programma a Napoli nel 2027. Il credito d’imposta riguarda le imprese che avevano fatto domanda per il bonus Transizione 5.0 ma che, ottenuto il via libera dal GSE, non avevano avuto accesso ai fondi per l’esaurimento delle risorse stanziate. Per queste imprese, dunque, il decreto interviene con una misura compensativa, significativamente rafforzata rispetto alla versione originaria: il credito d'imposta riconosciuto per il 2026 passa dal 35% all'89,77% dell'importo che l'impresa aveva originariamente richiesto. Agevolata anche la formazione del personale. Il plafond complessivo per il 2026 sale da 537 milioni a 1.302,3 milioni di euro. Il decreto istituisce anche un fondo per la promozione, lo sviluppo e la crescita delle imprese artigiane presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, con una dotazione complessiva di 20 milioni per il 2027 e di 30 milioni per il 2028: in particolare, per i soggetti che trasferiranno la residenza fiscale in Italia, i redditi percepiti negli anni 2026 e 2027 concorreranno alla formazione del reddito complessivo, per le due annualità, limitatamente al 35% del loro ammontare. Di contro, si aggiornano i riferimenti normativi relativi al regime fiscale La Rivista · Aprile - Giugno 2026 18
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=