sioni alemanne meridionali e quindi esotiche per uno di Hannover, cioè il luogo dove, secondo certi luoghi comuni, viene parlato il migliore Hochdeutsch. Amici e conoscenti italiani mi fanno comunque notare che anche quando parlo la cosiddetta “lingua di Dante” ci sono delle impercettibili interferenze straniere nella mia intonazione. Alle loro orecchie sembro scherzosamente un crucco, insomma, cioè appartenente una categoria pseudo-etnica che in Italia viene generalmente estesa a persone che abitano in un vasto territorio che comprende senza distinzioni dialettali-culturali Zurigo, Berna, Basilea, Saarbrücken, Colonia, Amburgo, Berlino, Lubecca, Vienna, Innsbruck, Graz e Klagenfurt. E le stesse persone dicono che parlo anche più lentamente rispetto a gran parte dei miei connazionali italofoni, un’abitudine che ho sviluppato insegnando l’italiano agli stranieri. “Raffaele, il tuo italiano si è imbastardito e imbarbarito!”. Pazienza. Un fenomeno normale Probabilmente queste piccole annotazioni, anche bonarie, rappresentano un modo elegante per dirmi che ormai, dopo tutti questi anni all’estero, sono diventato un estraneo anche dal punto di vista linguistico nei confronti degli altri italofoni in Italia e in Svizzera. Il mio italiano sarà sempre diverso da quello dei ticinesi, dei poschiavini, dei bregagliotti o delle centinaia di migliaia di persone originarie della Penisola ormai culturalmente integrate in terra elvetica. Ma questo fenomeno di estraneamento è un fenomeno normale. La lingua degli emigranti, di qualsiasi nazione, tende a essere inevitabilmente differente rispetto a quella di coloro che sono rimasti in Patria. I cambiamenti avvengono soprattutto a livello lessicale, ma anche l’accento e l’intonazione sono influenzati da interferenze di ogni tipo. Basta sentire come parlano gli italo-americani o gli italo-argentini per avere un’idea di questa ibridazione evidente alle orecchie. Per la verità, fin da bambino, sono cresciuto con diversi accenti e intonazioni regionali italiani diffusi tra i miei parenti e amici, senza mai riconoscermi in uno specifico. Per questo motivo, soprattutto durante i miei anni adolescenziali, sono sempre stato considerato ovunque uno straniero. Alle orecchie di alcuni, infatti, non ero sufficientemente veneto, mentre per altri ero troppo nordico. E io stesso, del resto, non ho mai fatto nulla per nascondere la mia diversità linguistica, evitando così di compiacere chi, in ogni caso, aveva già deciso a priori di non considerarmi dei loro per le mie origini non autoctone. Forse era il mio modo di ribellarmi a chi, in quel periodo, si divertiva a dividere il mondo tra noi, voi e gli altri con slogan scritti a caratteri cubitali sui muri delle case e sui cavalcavia lungo le strade, pieni di insulti di ogni tipo per i quali nessuno si è veramente scusato, anche a distanza di anni. Inflessioni dialettali Come molti sanno, l’Italia è un Paese dove si parlano innumerevoli dialetti con accenti diversi, riconoscibilissimi anche a un orecchio poco abituato a percepire certe intonazioni. E i più sensibili, non solo i professionisti dialettologi, riescono perfino a individuare piccole differenze di tonalità tra varietà linguistiche simili. Oggi molte caratteristiche collegate con gli accenti e le intonazioni sono state rese stereotipate dalla fruizione popolare dei mezzi di comunicazione di massa come la radio, la televisione e, più recentemente, la rete informatica. Credo che tutti noi, indipendentemente dalle nostre origini, abbiamo un’idea di come suoni il napoletano, il siciliano, il milanese, il romanesco Non è solo una questione di orecchio: imparare l’accento e l’intonazione di una nuova lingua non è semplice La Rivista · Aprile - Giugno 2026 47
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