di Ovidio, una meditazione sulla mutevolezza della natura e dell’uomo raffigura il dio che insegue la ninfa di cui si è innamorato, ma lei per sfuggirgli si trasforma in un albero di alloro. Come altre opere di Bernini è una struttura “aperta”, basata su linee compositive che dalla base salgono verso l’alto: lei, tramutandosi in albero, decolla in verticale. Il gruppo è una composizione di forme che danno l’illusione del movimento e delle emozioni che prevalgono le figure5. La fanciulla sta per essere racchiusa nella corteccia, le dita si mutano in rami e germogli di lauro, i suoi capelli si aggrovigliano alle foglie nascenti. Il marmo è lavorato con estrema finezza, ai limiti della resistenza del materiale: con impareggiabile virtuosismo tecnico Bernini gli conferisce la trasparenza dell’alabastro per illustrare l’attimo della trasformazione. Questi gruppi scultorei ci coinvolgono direttamente nell’azione ed appartengono al nuovo spirito del barocco unificante l’opera e lo spazio. È una nuova concezione della scultura “pittorica”, per così dire, che esige un unico punto di osservazione allo scopo di rivelare il momento culminante di un’azione la quale suscita momenti di grande tensione emotiva6. L’osservatore rimane abbagliato dalla maestria dell’artista, senza parole. Bernini applica le stesse leggi scultoree anche al ritratto: se vola la forma, deve volare anche l’anima7. Paolo V Borghese (busto del 1618 prima versione, Bernini ha 20 anni; una seconda versione è del 1622) su commissione diretta dello stesso papa, viene tenuto dal pontefice nella propria camera da letto fino alla sua morte nel 1621. Il Pontefice è ritratto come uomo contratto in sé stesso, statico, immobile, concentrato sui suoi pensieri e sui propri poteri. Mentre Scipione Borghese (del 1630-32) aleggia nell’aria e in ciò che gli fluttua intorno con uno sguardo da sott’occhi, incurante del copricapo un po’ sbilenco, sembra sorridere sotto i baffoni alla spadaccina senza preoccuparsi del corpo massiccio che stropiccia la veste: sicuramente era una “buona forchetta”. Celebrazione del cattolicesimo e dei Barberini Nel 1623 Maffeo Barberini viene eletto Papa scegliendo il nome di Urbano VIII e assume il venticinquenne Bernini per un ruolo ufficiale all’interno del programma politico papale: «È gran fortuna la vostra, o Cavaliere, di vedere papa il cardinal Maffeo Barberini; ma assai maggiore è la nostra, che il Cavalier Bernino viva nel nostro pontificato8». I due uomini rimangono legati da una profonda amicizia. Bernini ha libero accesso agli appartamenti pontifici, va e viene come gli pare, ed il papa, dalla profonda cultura umanistica e interesse per le arti, ama conversare spesso con il suo protetto e durante il suo pontificato (1623-1644) si assicura l’esclusiva professionale dell’artista. Per Bernini arrivano i riconoscimenti ufficiali: il 24 agosto 1623 gli vengono affidate le cariche di commissario e revisore dei condotti delle fontane di Piazza Navona, il 1º ottobre gli viene accordata la direzione della Fonderia di Castel Sant'Angelo, mentre il 7 ottobre è nominato soprintendente dei bottini dell'Acqua Felice9. Alla morte del padre Pietro, nell'agosto 1629, Gian Lorenzo eredita la posizione di Architetto dell'Acqua Vergine e partecipa alla costruzione di varie fontane a Roma, a tal punto da autoproclamarsi «amico delle acque»: fra le varie fontane berniniane, si segnalano il Tritone (1642-43) e le Api (1644). Il meraviglioso porticato ellittico di Piazza San Pietro, simbolo dell'abbraccio accogliente della Chiesa ai fedeli La Rivista Cultura La Rivista · Aprile - Giugno 2026 51
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=