La Rivista

bagno è entrata e, senza motivo, mi ha affondato tutte le ochette con cui giocavo; La psicanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani. Nel cinema francese una figura indimenticabile rimane Coluche (pseudonimo di Michel Colucci), uno dei più famosi e provocatori comici francesi, che amava concedersi la libertà di ironizzare su stupidità e conformismo: Il vantaggio di essere intelligenti è che si può sempre fare lo stupido. Il contrario è molto più difficile; I giornalisti non credono alle bugie degli uomini politici, ma le ripetono! Le declinazioni dell’ironia A questo punto sorge la domanda: c’è differenza tra ironia e umorismo? SÌ. È soprattutto la natura implicita dell’ironia a distinguerla dall’umorismo. L’umorismo ha come scopo esplicito di suscitare l’ilarità, di far ridere. L’ironia è in genere più sottile, si cela tra le parole, suscitando – se captata, si intende – una sorta di piacevole sorpresa. In altri termini, l’ironia è una modalità comunicativa che privilegia uno stile di bonaria irrisione verso le vicissitudini e le debolezze dell’essere umano. Essa presuppone in chi ne fa uso un intelligente atteggiamento di benevolo distacco intellettuale dalla cruda realtà, nonché una libertà interiore nei confronti di pulsioni aggressive quali rabbia e desiderio di prevaricazione. Al contrario, gli handicappati sul piano dell’ironia tendono sempre a interpretare ogni benché minimo rilievo nei loro riguardi come un feroce attacco personale, e quindi a iper-reagire. È risaputo che vi sono due forme principali di ironia: l’ironia rivolta al mondo esterno e l’ironia rivolta a sè stesso (autoironia). Nei due casi gli studi in materia spiegano l’ironia come un atto linguistico che lascia intravedere intenzioni comunicative nascoste nell’ambiguità dei significati e delle interpretazioni. Si tratta spesso di una figura retorica che si traduce in modalità espressive nella quali la persona verbalizza il contrario di ciò che pensa, con un intento scherzoso e garbatamente derisorio, facendo uso, contemporaneamente al parlato, di canali più impliciti, quali il tono della voce e lo sguardo, capaci di ribaltare il significato letterale delle parole, come quando si esclama “ma che bella giornata!” durante un nubifragio o allorché tutto va storto. L’uso del registro ironico può dimostrarsi una risorsa preziosa nei casi di tensioni relazionali, poiché permette alla persona confrontata ad avversari ostili di affermare le proprie ragioni giocando contemporaneamente su due registri: da un lato, contenuti verbali apparentemente neutri e a volte persino lusinghieri per l’avversario e, dall’altro, messaggi ironici impliciti (Elefante spesso invisibile) che di fatto pongono il parlante in una posizione di elegante e diplomatica forza nella relazione. Le analisi mettono in evidenza una posta in gioco di importanza capitale nelle interazioni umane: si parla e si agisce per definire le identità reciproche (come mi considero, come voglio essere considerato, come ti considero) nonché il tipo di relazione che si intende stabilire (in sintesi, di cooperazione oppure di potere-sopraffazione). Un esempio superlativo di uso diplomatico dell’ironia ci è stato fornito in tempi recenti dai discorsi pronunciati dal Re Carlo III di fronte al Congresso degli Stati Uniti e alla Casa Bianca, di cui si parlerà nel paragrafo seguente. Giova però ricordare che siffatte dinamiche sono presenti non solo nelle relazioni tra i potenti, ma altresì nel quotidiano di tutti noi comuni mortali, in famiglia, nel lavoro e nella vita sociale. La lezione del Re “Il 28 aprile qualcosa di prodigioso è accaduto nella Camera dei rappresentanti americana. Un uomo anziano, malato, che regna su un Paese che non governa, che al peso della corona di famiglia predilige di gran lunga i suoi impalpabili gessati su misura, si è alzato a parlare davanti al Congresso più diviso della storia recente. E, in 28 minuti di discorso, le sue parole hanno fatto alzare più volte democratici e repubblicani. Insieme, in piedi ad applaudire.” Così inizia l’articolo della giornalista Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della sera, pubblicato su tale Campione di freddure intramontabili: Woody Allen. “La psicanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani” La Rivista · Aprile - Giugno 2026 43

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