La Rivista

Pontefice. Il primo è l’indebolimento del giudizio umano. La disponibilità immediata di risposte e sintesi rischia di spegnere la curiosità, la creatività e la pazienza necessarie alla ricerca della verità. Il secondo riguarda la simulazione dell’empatia. Le macchine possono imitare l’ascolto e la cura, ma una relazione autentica richiede reciprocità, vulnerabilità e presenza reale. Confondere l’empatia artificiale con quella umana significa accettare una società più efficiente ma più sola. Il terzo rischio è rappresentato dalla concentrazione del potere. L’intelligenza artificiale richiede enormi quantità di dati, infrastrutture e risorse economiche, favorendo la formazione di oligopoli tecnologici capaci di influenzare non solo i mercati, ma anche la cultura, l’informazione e la politica. Per questo Leone XIV afferma che l’IA non può essere considerata moralmente neutra: chi controlla gli algoritmi finisce inevitabilmente per orientare la società. Il quarto pericolo riguarda la democrazia. Gli algoritmi che regolano la circolazione delle informazioni tendono a privilegiare contenuti polarizzanti ed emotivamente coinvolgenti, alimentando la disinformazione e rendendo sempre più difficile distinguere tra realtà e manipolazione. La minaccia non consiste soltanto nelle notizie false, ma nella progressiva erosione di uno spazio pubblico condiviso. Il quinto e più drammatico rischio concerne la guerra. L’automazione dei sistemi militari e l’impiego dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali bellici rischiano di allontanare ulteriormente gli esseri umani dalla responsabilità morale delle proprie azioni. Da qui una delle affermazioni più forti dell’enciclica: nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile. Disarmare l’intelligenza artificiale Tuttavia, Magnifica Humanitas non è una condanna del progresso scientifico. Al contrario, Leone XIV afferma esplicitamente che l’umanesimo cristiano accoglie la scienza e la tecnica con gratitudine e realismo. La vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due differenti concezioni dello sviluppo: una che pone la tecnologia al servizio della persona e un’altra che riduce la persona a semplice ingranaggio di sistemi economici e tecnologici sempre più potenti. In questa prospettiva si comprende la critica alle correnti transumaniste e postumaniste. Secondo il Pontefice, tali visioni rappresentano una nuova forma di Babele: il tentativo di costruire una civiltà fondata sull’idea che i limiti umani debbano essere superati attraverso la tecnica. L’ideale dell’“uomo potenziato”, ibridato con la macchina e liberato dalla fragilità, rischia di trasformare la dignità umana in una questione di prestazioni. Contro questa visione, l’enciclica riafferma il valore del limite, della vulnerabilità e della relazione come elementi costitutivi dell’esperienza umana. «L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite»: questa affermazione sintetizza uno dei messaggi più profondi del documento. Da qui nasce anche l’invito a “disarmare l’intelligenza artificiale”. Non si tratta di arrestare l’innovazione, ma di impedirne la trasformazione in strumento di dominio. Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione permanente, rompere l’equivalenza tra superiorità tecnologica e legittimità politica e impedire che la corsa agli algoritmi e ai dati diventi il nuovo terreno di scontro tra potenze economiche e geopolitiche. La Rivista Primo piano La Rivista · Aprile - Giugno 2026 40

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