La Rivista La Lingua batte dove... o il toscano grazie ai film di Totò, ai personaggi televisivi di Andrea Camilleri, alle canzoni di Enzo Jannacci, alle battute di Gigi Proietti o ai monologhi di Roberto Benigni. Bisogna anche dire che l’imitazione storpiata di certi dialetti viene ancora usata per dileggiare, purtroppo non sempre in modo bonario, gli altri. Gli esempi in tal senso non mancano. Le battute satiriche sugli italiani che parlano il tedesco, l’inglese o lo spagnolo in modo improbabile e pieno di gesti senza senso ne sono un esempio. Quando si apprende una nuova lingua una delle prime raccomandazioni riguarda proprio l’esigenza di cancellare il più possibile ogni traccia “straniera” dal proprio modo di parlare. I manuali, soprattutto quelli più datati, propongono numerosi esercizi di pronuncia e ovunque c’è la possibilità di ascoltare la corretta intonazione standard. I risultati di questi sforzi sono differenti da persona a persona e non sempre il successo è garantito. Campanilismo strumentale Ma è così importante parlare senza accenti o intonazioni straniere? Per i “puristi” evidentemente sì, ma per questa categoria di persone spesso sono altri i parametri di giudizio più importanti. Essere nati in un luogo e parlare la lingua locale come gli autoctoni non è sufficiente se hai altre origini e possiedi un aspetto fisico diverso. In questo senso ci sarà sempre qualcuno che ti rinfaccerà di non essere come loro, anche se pronunci le vocali o le consonanti nello stesso modo e il tuo accento è duro come l’acciaio proveniente dalle fonderie dove ha lavorato tuo padre emigrante per scelta, dolce come un cornetto sfornato dal panificio dove ha lavorato tua madre emigrante per forza, monotono come la catena di montaggio di certe fabbriche dove hanno lavorato migliaia di emigranti per necessità oppure allegro come il cinguettio degli uccelli che da bambino ascoltavi durante le passeggiate nei boschi di montagna con i tuoi genitori, figli del mare, durante le domeniche libere o i giorni di festa, sempre brevi e nella maggior parte dei casi malinconici. Ma io non sono un “purista” e la visione strumentale patriottica-nazionalistica-campanilistica delle lingue mi ha veramente stancato. Per questo motivo in un istituto specializzato nella formazione degli adulti un “italizzero” aiuta un gruppo di persone di altre lingue e culture a imparare la lingua del luogo. Ognuno di noi, in classe, si mostra per quello che è, con le proprie debolezze e con i propri punti di forza. Ed è fondamentalmente consapevole che ci vuole anche un certo coraggio parlare davanti agli altri in una lingua che non sarà mai veramente la propria. Un unico obiettivo Si è creato così un microcosmo sociale e linguistico molto interessante, con due turchi di madrelingua curda, un sudafricano che parla l’inglese, afrikaans e portoghese, un brasiliano che conosce il talian, cioè la varietà linguistica a base dialettale veneta-friulana-romagnola-lombarda parlata in alcune zone del Brasile meridionale, una brasiliana che parla spagnolo, tre ucraine che parlano, loro malgrado, anche il russo, una filippina e una cinese che parlano l’inglese, un’argentina che parla l’italiano e due slovacchi che parlano ceco e polacco. Sono venuti in Svizzera da adulti, come me, per i motivi più disparati e cercano di integrarsi, barcamenandosi tra il dialetto alemanno e la lingua standard, che quasi nessuno svizzero-tedesco usa nella vita quotidiana. Io li ascolto e provo a rispondere alle loro domande con il mio tedesco, forse grammaticalmente migliore, ma sicuramente “straniero” come il loro. La nostra diversità è il collante che rende le lezioni in questa classe speciali e piacevoli. Tanti accenti, dunque, ma con un unico obiettivo: capirci reciprocamente. Funziona. L’Italia è un Paese dove si parlano innumerevoli dialetti con accenti diversi La Rivista · Aprile - Giugno 2026 48
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