Giangi Cretti Direttore gcretti@ccis.ch La Rivista Editoriale dimensione costitutiva dell’umano. L’illusione di una risolvibilità integrale dei problemi attraverso il solo calcolo algoritmico rischia infatti di estendersi ben oltre la tecnica, investendo politica, etica e relazioni sociali. In tale prospettiva, il progresso non può essere separato dalla responsabilità: l’innovazione deve restare inscritta in una cornice di consapevolezza etica e di governo collettivo. Accanto a questa impostazione si collocano le preoccupazioni di diversi protagonisti del dibattito globale. Yoshua Bengio, tra i padri del deep learning, evidenzia la crescente concentrazione dello sviluppo dei sistemi più avanzati nelle mani di poche multinazionali e nei due poli geopolitici dominanti, Stati Uniti e Cina, con il resto del mondo progressivamente marginalizzato. Anche Sam Altman e altri attori dell’industria ICT contribuiscono, seppur da prospettive differenti, alla discussione sulla necessità di una governance internazionale dell’AI, intesa come bene pubblico globale più che come semplice strumento economico o strategico. In questa direzione si inseriscono anche le considerazioni di Satya Nadella, CEO di Microsoft, che ha criticato la tendenza a interpretare l’intelligenza artificiale esclusivamente come strumento di riduzione dei costi e di sostituzione del lavoro umano. La sua posizione introduce una distinzione significativa: l’AI non dovrebbe essere concepita come un meccanismo di rimpiazzo, bensì come un dispositivo di trasformazione e riorganizzazione del lavoro stesso. Non si tratta, dunque, di una riduzione dell’occupazione quanto della sua riconfigurazione. Da qui deriva anche la critica alla concentrazione del potere tecnologico e la spinta verso modelli più accessibili, economici e controllabili dagli utenti, in un’ottica di progressiva democratizzazione dell’intelligenza artificiale e di distribuzione più ampia dei suoi benefici. Questa visione si traduce in scelte industriali concrete: sviluppo di modelli a basso costo, maggiore interoperabilità e possibilità per gli utenti di selezionare sistemi diversi in base alle esigenze. L’obiettivo è quello di trasformare l’AI da monopolio tecnologico a ecosistema articolato, in cui convivano livelli differenti di complessità e accessibilità. E tuttavia, al di là delle dinamiche industriali e geopolitiche, resta centrale la domanda posta da Leone XIV: quale tipo di società si sta costruendo attraverso queste tecnologie? Se da un lato l’AI promette efficienza e innovazione, dall’altro rischia di rafforzare processi di concentrazione del potere e di ridefinire implicitamente categorie fondamentali come verità, responsabilità e lavoro. In questa tensione si inseriscono anche le analisi di studiosi dell’Università della California, Berkeley, che mettono in luce rischi sistemici legati alla perdita di responsabilità decisionale, alla presenza di bias algoritmici e all’ampliamento delle disuguaglianze connesse al divario digitale. Letture che trovano un possibile punto di sintesi nella prospettiva di Leone XIV: la tecnologia non è neutrale non solo nei suoi effetti, ma nel modo in cui riorganizza la nostra stessa idea di umano. La sfida, in definitiva, non riguarda soltanto la regolazione dell’intelligenza artificiale, ma la costruzione di un nuovo equilibrio tra innovazione e limite, efficienza e responsabilità. In gioco non vi è solo il futuro del lavoro o dell’economia digitale, ma la capacità delle società contemporanee di impedire che la logica algoritmica diventi l’unico principio di organizzazione del reale. Il futuro dell’AI dipenderà dunque non soltanto dal suo sviluppo tecnico, ma dalla maturità politica e culturale con cui verrà governata. In questa prospettiva — pur da angolazioni diverse — il pensiero di Leone XIV, le analisi di Bengio e le posizioni di attori industriali come Nadella convergono su un punto essenziale: l’essere umano deve restare al centro, non come variabile da ottimizzare, ma come soggetto di responsabilità, limite e decisione. *In via del tutto eccezionale privilegio l’acronimo inglese, poiché quello italiano (IA) richiama, con involontaria ironia, il raglio — seppur sincopato — di un asino. Apocalittici o integrati? Il quesito- di cui grazie ad un Umberto Eco abbiamo colto l’essenza - pare riproporsi. Soprattutto in ambito di confronto intellettuale. Ridotto ad un livello meno selettivo, per manifesta carenza di specifica competenza, il dilemma potrebbe oggi tradursi nella contrapposizione tra i dubbiosi (preoccupati?) e (a vario titolo e per diversi interessi) addomesticati. Collocandomi tra i primi, nel tentativo di comprensione del fenomeno mi affido a riflessioni altrui: autorevoli e, per quanto possibile, disinteressate. Muovendo da un presupposto condiviso: l’intelligenza artificiale (AI*) non è soltanto una delle principali innovazioni tecnologiche del nostro tempo, ma sta assumendo i contorni di una nuova infrastruttura del potere globale. Essa incide sull’economia, sulla politica, sull’informazione e persino sulle modalità con cui interpretiamo la realtà, coinvolgendo non solo tecnici e grandi aziende, ma l’intera sfera pubblica e la vita quotidiana dei cittadini. In questo scenario colpisce — o forse non dovrebbe — che una delle letture più profonde provenga da Papa Leone XIV, il quale nell’enciclica Magnifica Humanitas propone uno spostamento radicale del dibattito: non basta interrogarsi su ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di fare, ma occorre comprendere come essa stia già trasformando la nostra idea di umano, di verità e di limite. Il nodo centrale della sua riflessione non è dunque tecnico, ma antropologico: l’AI non si limita a produrre risultati, ma contribuisce a costruire un immaginario in cui il mondo appare interamente calcolabile, ottimizzabile e potenzialmente privo di incertezza. È proprio il concetto di limite, centrale nell’enciclica, a diventare la chiave interpretativa di questa trasformazione. Laddove la cultura contemporanea tende a considerarlo un ostacolo da superare, Leone XIV lo restituisce come
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