La Rivista Elvetiche si conferma come Paese a inflazione nettamente bassa. Le banche centrali L’obiettivo della Federal Reserve (Fed) americana, della Banca centrale europea (BCE), di altri importanti istituti di emissione è un’inflazione media annua del 2%. I rincari registrati sino a metà 2026 rendono in molti Paesi difficile, se non impossibile, il ritorno a questa soglia nella sintesi dell’anno intero, come si vede anche dalle previsioni citate. La speranza, tinta di ottimismo, è che ci siano cali consistenti dell’inflazione l’anno prossimo. Ciò dipenderà anche e soprattutto dallo scenario geopolitico. Nel frattempo, le banche centrali dovranno decidere se aumentare o meno i tassi di interesse. La Banca nazionale svizzera (BNS) dal canto suo gioca una partita in parte diversa. Il suo obiettivo è un’inflazione nella fascia 0-2% e questo obiettivo è stato raggiunto; il tasso elvetico di riferimento mentre scriviamo è a zero. La preoccupazione della BNS è che il franco salga troppo, ostacolando l’export elvetico; tornare ai tassi negativi per frenare la valuta potrebbe però creare problemi, l’altra via per trattenere la moneta è ancora quella degli acquisti di valute estere sul mercato. D’altronde più di quel tanto la BNS non può/ deve fare, il franco può essere forte o troppo forte, ma ben difficilmente sarà debole, perché è spinto dai fondamentali del Sistema Paese. La forza del franco d’altro canto resta una delle chiavi dell’inflazione bassa in Svizzera. mo anno sono stati soprattutto due fattori. Il primo è l’ondata di dazi verso il resto del mondo creata dal presidente USA Trump. Una parte dei dazi americani è stata fermata da una decisione della Corte Suprema statunitense, ma un’altra parte è rimasta e Washington mentre scriviamo sta peraltro cercando di introdurne altri. Tutto ciò ha spinto i prezzi negli USA, ma anche in altre parti del mondo perché ci sono stati controdazi e perché gli scambi economici hanno subito ostacoli che prima non c’erano. Il secondo elemento principale di spinta ai prezzi è stato l’estendersi dei conflitti bellici in Medio Oriente, inclusa la guerra di USA e Israele contro l’Iran, che si è aggiunta a Gaza, al Libano, ad altri scontri armati. I blocchi dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran hanno portato a rincari per il petrolio, per il gas naturale, per altre merci. Ne ha risentito soprattutto l’Asia, ma anche l’Europa. E ne hanno risentito anche gli Stati Uniti, che pure sono grandi produttori di petrolio, che hanno registrato rincari perché i prezzi per i derivati dal greggio, come quelli di altri beni, tendono comunque ad allinearsi al livello più alto. I negoziati e la tregua tra Washington e Teheran hanno fatto in parte calare la tensione, anche sui prezzi, ma la tenuta degli accordi è da verificare e comunque occorre tempo anche per smaltire, se le cose andranno per il verso giusto, l’effetto di rincaro. Nelle sue analisi di inizio giugno, sempre nello scenario di base, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) prevede per l’insieme dei Paesi del G20 un’inflazione in media annua del 4%, in aumento rispetto al 3,4% del 2025; nel 2027 poi il rincaro potrebbe calare al 3,1%. Gli Stati Uniti, che nel 2025 erano al 2,6%, potrebbero salire al 3,7% nel 2026, prima di ridiscendere al 2,1% nel 2027. L’Eurozona potrebbe registrare un 2,8% quest’anno, dopo il 2,1% dell’anno scorso, prima di calare al 2,4% l’anno prossimo. Alla Svizzera l’OCSE assegna uno 0,7% sia per il 2026 sia per il 2027, dopo lo 0,2% del 2025. A Berna la SECO conferma l’aumento dopo lo 0,2% dell’anno scorso, ma stima l’inflazione elvetica allo 0,6% sia quest’anno sia il prossimo. In ogni caso, la Confederazione La BNS ha raggiunto l'obiettivo di un'inflazione nella fascia 0-2%. Ma l'istituto cerca anche di evitare che il franco si rafforzi troppo La Rivista · Aprile - Giugno 2026 11
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