combina in modo particolare note e armonici. Ho usato gli effetti per ottenere un suono molto aperto e ho fatto qualche variazione con il pedale del volume. Ad un tratto, il Maestro mi interrompe. "Stop, stop! Puoi farlo da capo?" Ho ripreso a suonare. "No, qui qualcosa non va. Aspetta che vengo da te." Sono rimasto impietrito. Si è messo vicino a me e mi ha fatto riprendere. Subito dopo è intervenuto: "Attenzione, queste linee raffigurano due chitarre separate, non una. Prima devi suonare una linea, poi l'altra. Non tutto insieme." E tu? Come hai reagito? Ho fatto come diceva: ho suonato linea per linea. Era anche più facile! Nel pezzo successivo si è presentata una cosa simile e ad un certo punto mi sono permesso di fare una proposta al Maestro: "Posso suonare le due linee come la penso io?" Avevo in mente un approccio più vicino al jazz, una tecnica chiamata Chord Melody. "Va bene", mi fa. Ho iniziato a suonare. Si è avvicinato, ha preso il foglio con le linee dicendo: "Lo vedi questo foglio? Non me ne frega niente, fai come ti pare!" L'ha presa male. No, era entusiasta! Al punto da richiamarmi la sera stessa: "Rocco, senti, oggi è andata molto bene. Mi è piaciuto molto, bravo! Mi raccomando, domani alle nove in studio." Da lì ha avuto inizio l'avventura: 450 concerti in tutto il mondo e tantissime colonne sonore. È stata l'esperienza più importante – musicale e umana – della mia vita. Di solito il Maestro aveva settanta orchestrali e ottanta elementi di coro sul palco, solo per darti un'idea del suo spessore. Se collabori anche una sola volta con un musicista di quel calibro, poi ti sembra di riuscire a fare quasi tutto. Hai avuto il privilegio di accompagnarlo in tutto il mondo. Eh, sì. Per i suoi concerti in giro per il mondo, Ennio Morricone si è sempre affidato a orchestre locali. A me, però, ha chiesto di seguirlo come chitarrista, perché riuscivo a creare suoni ed effetti particolari un po' difficili da riprodurre. Non ero solo io: eravamo un gruppetto di cinque solisti, la cerchia più stretta del Maestro. Ci univamo alle orchestre di ogni paese: Australia, Stati Uniti, Cina e via dicendo. Ero molto preso e lavoravo esclusivamente per lui. O meglio, quasi! Perché dal 2010 ho collaborato anche con i Defunkt per circa sei anni, parallelamente. Poco fa, hai accennato alle collaborazioni che hanno preceduto l'incontro con Morricone. Con quali artisti italiani hai lavorato in quegli anni? Ricordo le collaborazioni con Tosca, Ivano Fossati, Renato Zero, Cristiano De Andrè o Giorgia. Poi sono un musicista di base Jazz: nel 1997 ho registrato il mio primo disco dal titolo Lyndon. Insomma, mi dividevo. Da freelance potevo fare un po' come volevo. Ma quando è arrivato Ennio Morricone mi sono dedicato principalmente a lui. Una scelta più che comprensibile. Ma questo pone anche un problema. Quando lavori con un artista solo, la gente sa, che sei molto impegnato, e non hai tempo per altro. Quindi ti stacchi e non sei più visibile sul mercato. Quando il Maestro è venuto a mancare, sembrava che fosse fini- … e con Berna sullo sfondo Billy Cobham è un batterista con un set di batteria immenso. “Sul palco ha una presenza enorme, quasi predominante; quindi, devo sempre cercare di misurare il mio approccio in maniera differente, perché la chitarra racchiude in sé armonia, melodia e ritmica” La Rivista · Aprile - Giugno 2026 74
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