La Rivista

a John McLaughlin. Tra l'altro, nel 2005, di passaggio a New York, ho fatto un'audizione per una band che rendeva omaggio alla Mahavishnu Orchestra. Con loro ho poi lavorato per ben un anno, facendo anche tre concerti a New York dove c'era John McLaughlin. Un gruppo pazzesco, con Steve Hunt alle tastiere e il violinista Rob Thomas. Avevamo suonato tutti i pezzi dei dischi della Mahavishnu Orchestra. Quindi, grazie a quell'esperienza, ritenevo di essere molto vicino al sound di Billy Cobham. A quanto pare, non era così. In che senso? Quando Billy Cobham mi ha chiamato, pensavo volesse rifare il sound di allora, quello degli anni Settanta e Ottanta. Quando mi sono presentato da lui, però, ho scoperto che aveva cambiato tutto: molte cose nuove, secondo il suo modo di pensare oggi. All'inizio non ci ero molto abituato. Ma lui è stato gentilissimo con me: mi ha detto che gli piaceva il mio stile e che dovevo suonare la sua musica come se fosse la mia. Mi ha chiesto di metterci personalità. Questa fiducia l'ho apprezzata molto, e oggi mi trovo benissimo. Dove hai appreso questa tua flessibilità? Ho lavorato in contesti molto diversi, come la collaborazione con i Defunkt, un gruppo funk americano storico. Ho suonato molto jazz, che è la mia formazione principale. Inoltre, ho collaborato con cantanti italiani di musica leggera e ho fatto parte dell'orchestra della RAI per dieci anni. Poi ci sono stati i venticinque anni di stretta collaborazione con Ennio Morricone: suonavo nella sua orchestra e, quindi, ho attraversato molti generi e diverse discipline musicali. Come l'hai vissuta, quell'epoca con Ennio Morricone? Indescrivibile! Ennio Morricone era un genio assoluto del Novecento. L'ho visto scrivere in cinque minuti, su un semplice foglio di carta, un brano per un'orchestra di trenta musicisti durante le registrazioni del film La Corrispondenza di Giuseppe Tornatore – per una scena la cui musica non andava bene. Il tecnico ha preso il foglio, inserito le note nel computer, stampato le parti su carta per poi distribuirle ai musicisti. "Proviamo!", ha detto. Il risultato: perfetto! Come sei entrato nell'universo di Ennio Morricone? Ti racconto un aneddoto – sei d'accordo? Vai! Ennio Morricone era una persona molto rigorosa ed esigente. Per me era come un padre. È venuto anche al mio matrimonio. Ricordo di aver iniziato a collaborare con lui nel 1997. Prima avevo lavorato – l'ho accennato poco fa – nell'orchestra della RAI, dove c'erano già musicisti che collaboravano con lui. Grazie a loro sono venuto a sapere che cercava un nuovo chitarrista, o meglio, un chitarrista un po' particolare. I colleghi hanno fatto il mio nome e – subito dopo – mi ha chiamato l'agenzia. Ero un po' agitato. Perché? Avevo saputo che qualche tempo prima erano stati chiamati altri due chitarristi. Uno di loro, appena ha visto le parti da suonare, pare si sia sentito male e abbia lasciato perdere. L'altro ha avuto una reazione simile: ha visto lo spartito e se n'è andato subito. Capirai bene che, prima di andare lì, ero preoccupato. Eppure, hai deciso di presentarti. Sì. Sul posto eravamo quattro musicisti: tastiera, basso, batteria e chitarra. Dovevamo suonare una base per una registrazione in orchestra il giorno dopo. C'era Ennio Morricone in regia, mentre io e gli altri musicisti eravamo in studio. Il Maestro: "Su, proviamo! Sentiamo il pianoforte. Va bene. Sentiamo la batteria. Va bene. Sentiamo la chitarra ..." Avevo davanti a me un foglio con due linee per chitarra: una per le note, l'altra per gli armonici. Non ero sicuro di aver capito bene e ho iniziato a suonare secondo la tecnica del chitarrista statunitense Bill Frisell, che Rocco Zifarelli durante l’intervista…. La Rivista · Aprile - Giugno 2026 73

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