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la Rivista Ottobre-Dicembre 2023 n. 04 - Anno 114 Sonnambuli Gli italiani secondo il 57° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese

Giangi Cretti Direttore gcretti@ccis.ch La Rivista Editoriale I giovani sono pochi, esprimono un leggero peso demografico, quindi inesorabilmente contano poco. Un ciclo che non sarà più impossibile invertire, perché le madri dei futuri giovani dovrebbero metterli al mondo adesso, mentre le donne di età feconda sono oggi scese a 11,6 milioni e nel 2050 caleranno di altri 2 milioni. E nella siderale incomunicabilità generazionale va in scena quello che il Censis definisce una forma di “dissenso senza conflitto” dei giovani: non più cervelli, questa volta, ma “esuli” in fuga. Infatti, ai giovani che non nascono, si aggiungono quelli che vanno via. Il nostro Paese continua a essere un Paese di emigrazione (sono più di 5,9 milioni gli italiani attualmente residenti all’estero, pari al 10,1% dei residenti in Italia), più che di immigrazione (sono 5 milioni gli stranieri residenti nel nostro Paese, pari all’8,6% dei residenti totali). Negli ultimi dieci anni, gli italiani che si sono stabiliti all’estero sono aumentati del 36,7% (vale a dire quasi 1,6 milioni in più). Come detto, a caratterizzare i flussi centrifughi più recenti è l’aumento significativo della componente giovanile. Nell’ultimo anno gli espatriati sono stati 82.014, di cui il 44,0% tra 18 e 34 anni (36.125 giovani). Con i minori al seguito delle loro famiglie (13.447) si sfiorano le 50.000 unità: il 60,4% di tutti gli espatriati nell’ultimo anno. Anche il peso dei laureati sugli expat 2534enni è aumentato significativamente, passando dal 33,3% del 2018 al 45,7% del 2021. Un drenaggio di competenze che non è inquadrabile nello scenario di per sé positivo e auspicabile della circolazione dei talenti, considerato che il saldo migratorio dei laureati appare costantemente negativo per il nostro Paese. In parallelo, e per certi versi in modo sorprendente, monta l’onda delle rivendicazioni dei diritti civili individuali e delle nuove famiglie. Come dimostrano le opinioni espresse dagli italiani in merito ad alcune questioni dirimenti - che invece faticano a trovare un riconoscimento ufficiale per via legislativa - sembra giunta a maturazione una nuova stagione di rivendicazioni di diritti civili. Il 74,0% si dice favorevole all’eutanasia, il 70,3% approva l’adozione di figli da parte dei single, il 65,6% si schiera a favore del matrimonio egualitario tra persone dello stesso sesso, il 54,3% è d’accordo con l’adozione di figli da parte di persone dello stesso sesso. Infine, il 72,5% è favorevole all’introduzione dello ius soli, ovvero la concessione della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri regolarmente presenti, e il 76,8% è favorevole allo ius culturae, ovvero la cittadinanza per gli stranieri nati in Italia o arrivati in Italia prima dei 12 anni che abbiano frequentato un percorso formativo nel nostro Paese. Stando al Rapporto, gli italiani sembrano intrappolati in quello che viene definito il mercato dell’emotività: per l’80% il paese è in declino, per il 69% dalla globalizzazione si sono avuti più danni che benefici. Senza contare che ora, il 60% ha paura che scoppi una guerra mondiale e, secondo il 50%, non saremo in grado di difenderci militarmente. Preso atto della fine dell’espansione monetaria, sul fronte economico più che il record di occupati, viene rilevata la crescita in rallentamento. Ne deriva un ripiegamento nel tempo dei desideri minori: non più alla conquista dell’agiatezza, ma alla ricerca di uno spicchio di benessere quotidiano. E il risparmio, ancora consistente, diventa esclusivamente un’ancora di difesa personale, sganciato come non mai dai progetti di sviluppo del Paese Scenari, come detto, ipotetici ma percepiti come futuribili, che paralizzano invece di mobilitare risorse per la ricerca di soluzioni efficaci e generano l’inerzia dei sonnambuli dinanzi alla complessità delle sfide che la società contemporanea deve affrontare. Un fenomeno, il sonnambulismo, che non è imputabile solo alle classi dirigenti ma è diffuso nella maggioranza silenziosa degli italiani. Resi più fragili dal disarmo identitario e politico, rassegnati al loro destino, hanno paura di tutto: del clima impazzito, dei migranti, del terrorismo, del debito pubblico, della violenza, delle guerre. Quindi del futuro. Tutto è emergenza, anche perché la politica e i media ci proiettano in questa dimensione. E se tutto è emergenza, alla fine, nulla lo è veramente e tutto rimane fermo, immobile. Insomma, con buona pace di Tommasi di Lampedusa, oggi non è più necessario che tutti cambi, perché tutto rimanga (rassegnatamente?) com’è. Improvviso, in automatico rimbalzo, nella mente si affaccia, vagamente percepito come fastidioso, il titolo di un vecchio (1980) saggio di Alberto Arbasino: Un Paese senza. L’impatto è forte. Tale da determinarne l’istantanea cancellazione, perché l’idea che, neppure sottotraccia, suggerisce è quella di un Paese senza… futuro. Così ragionevolmente (?) non è. Ciò non toglie che la domanda si autogeneri spontanea: cosa ha indotto il Censis, autorevole istituto di ricerca socio-economica, che neppure troppo tempo fa individuava “minoranze vitali”, a titolare il suo 57° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, con un termine che porta con sé una connotazione negativa? Sonnambuli: una definizione che caratterizza persone, che, in preda a sonno profondo, mostrano una reattività limitata nei confronti dell'ambiente circostante. Un po’ come dire che sono inconsapevoli di ciò che fanno e di ciò che li circonda. La risposta ci viene anticipata nell’introduzione del Rapporto. Nonostante la ridondante narrazione (mai termine fu più colpevolmente abusato) domestica e, per sua natura facilmente addomesticabile, i cittadini hanno percezione di doversi confrontare con scenari futuri, per loro natura ipotetici, in cui si delineano presagi preoccupanti: non vedono, non costruiscono il futuro, sono ripiegati su sé stessi, e hanno paura. Il “gelo” (che, nella abusata narrazione, ha ormai sostituito “l’inverno”) demografico ci annuncia che nel 2050 avremo quasi 8 milioni di persone in età lavorativa in meno. Gli anziani, che rappresentano oggi il 24,1% della popolazione complessiva nel 2050, saranno 4,6 milioni in più, di cui 1,6 milioni over 85: raggiungendo quota 34,5% sul totale della popolazione. Sempre più senza figli e sempre più soli. La distanza esistenziale dei giovani di oggi dalle generazioni che li hanno preceduti sembra abissale. Le previsioni per il futuro sono fortemente negative: nel 2050 i 18-34enni saranno poco più di 8 milioni, appena il 15,2% della popolazione.

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SOMMARIO 33 Il Rapporto Italiani nel Mondo 2023 Partire, restare e… tornare: la fragile Italia dalla mobilità sicura e inquieta L’Italia dai mille problemi e con una grave questione giovanile di cui farsi carico L’Hôtellerie Suisse alla conquista del Bel Paese 1 Editoriale 6 Italiche Previsioni d’inizio anno 11 Elvetiche Svizzera, la leadership della piazza finanziaria 15 Europee Negoziati di fine anno 18 Novità in Gazzetta Ufficiale 22 Residenza fiscale ed iscrizione anagrafica norme vigenti e prospettive di riforma, nello specifico dei rapporti Italia-Svizzera 25 Le nuove generazioni tra intelligenza artificiale, costruzione di relazioni professionali cooperative e apprendimento 29 57° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese I sonnambuli In Copertina Secondo il 57° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese il sonnambulismo è un fenomeno diffuso nella «maggioranza silenziosa» degli italiani ccis.ch/la-rivista 41 36 Il santo trafugato, i marinai eroi e il mare come destino 49 Elefante invisibile A cosa serve avere un capro espiatorio? 53 La lingua batte dove… Lingue e sentimenti… 57 Visioni del Tempo Il mercato degli investimenti in orologi di lusso è in crescita 61 I robot in redazione (per ora) non piacciono 64 È morto Léonard Gianadda, il mecenate di Martigny 66 Alla ricerca del mondo perduto: Ringling Museum a Sarasota La Rivista · Dicembre 2023 4

A Basilea fino al 7 aprile 2024 CARAVAGGIO E IL SUO TEMPO “Tra naturalismo e classicismo” La genesi della Doc Garda Lo stivale regionale dei Formaggi d’Italia: La Toscana 70 89 92 Editore - Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Direttore - Giangi CRETTI Art Director - Marco DE STEFANO Collaboratori C. BIANCHI PORRO, M. CARACCIOLO DI BRIENZA, V. CESARI LUSSO, M. CIPOLLONE, D. COSENTINO, L. D’ALESSANDRO, R. DE ROSA, N.FIGUNDIO, G.SORGE, M. FORMENTI, P. FUSO, T. GAUDIMONTE, T. GATANI, R. LETTIERI, F.MACRÌ, S. MIGNANO, V. PANSA, E.PERVERSI, N.TANZI, L.TERLIZZI La Rivista Redazione e Pubblicità Veronica SADDI Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. +41(0)44 289 23 26 Fax +41(0)44 201 53 57 www.larivista.ch vsaddi@ccis.ch Pubblicità Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. 0041(0)44 2892326 Fax 0041(0)44 2015357 E-mail: info@larivista.ch Abbonamento annuo Chf. 40.- Estero: 50 euro Gratuito per i soci CCIS Le opinioni espresse negli articoli non impegnano la CCIS. La riproduzione degli articoli è consentita con la citazione della fonte. Periodico iscritto all’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Aderente alla FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero) Appare 4 volte l’anno. Stampa e confezione Nastro & Nastro srl 21010 Germignaga (Va) - Italy Tel. +39 0332 531463 Fax +39 0332 510715 www.nastroenastro.it 72 Osservare, non interpretare. L’arte del documentario secondo Michele Pennetta 77 INSPIRED BY THE CLASSIC, MOVED BY THE FUTURE Il nuovo cortometraggio del Consorzio Prosecco DOC Ispirati dal classico, mossi dal futuro 81 Rapito di Marco Bellocchio 82 Intervista con Umberto Tozzi "Mi ritengo fortunato" 84 Note Italiane 86 La dieta rivista Menopausa? No panic!

Come evolverà l’economia italiana nel 2024? Abbiamo chiesto in proposito una valutazione a Maria Paola Toschi, Global Strategist di J.P. Morgan A.M., intervenuta a Lugano per illustrare le prospettive economiche del nuovo anno, dopo il pronunciato calo dell’inflazione succedutosi anche in Italia e l’approvazione del bilancio di previsione del governo Meloni da parte della Commissione europea, con l’avallo ricevuto in proposito anche per gli investimenti relativi al PNRR che presumibilmente sosterranno l’economia della Penisola con effetti durevoli fino al 2025. Previsioni d’inizio anno di Corrado Bianchi Porro Quando sono dunque presumibili i primi ribassi dei tassi? Noi a J.P. Morgan li prevediamo abbastanza avanti: diciamo nella seconda metà del 2024 se non accadono fattori imprevisti. Uno dei rischi è il fatto che i mercati tendono sempre a portarsi avanti per anticipare questo evento che - evidentemente - sarà molto importante per l’economia. D’altra parte, questa evenienza già nel 2023 ha spesso causato un eccesso di volatilità. Perché poi i mercati hanno dovuto riprezzare lo scenario persistente dei tassi elevati. In effetti, gli aumenti dei tassi d’interesse stabiliti dalla Banca Centrale Europea per frenare l’improvvisa ed allarmante fiammata dell’inflazione registrata a fine 2022 e nel corso dei primi mesi del 2023, non hanno ad oggi innescato una spirale depressiva né un pronunciato aumento dei fallimenti aziendali, pur se oggi si registra un visibile rallentamento del settore immobiliare a motivo dell’aumentato costo dei nuovi mutui e della progressiva scadenza degli incentivi al rinnovamento edilizio urbano. D’altra parte, anche la Svizzera, che nel 2023 è rimasta per molti versi riparata dagli eccessi dell’inflazione, ha particolarmente sofferto - nel settore bancario - gli effetti perversi dell’incremento degli oneri sui prestiti. Un fatto che per altro si è evidenziato pure negli Stati Uniti ad inizio marzo 2023, con il fallimento delle banche regionali americane, sebbene l’economia sia riuscita ad assorbirlo positivamente ed a sterilizzarlo per una serie composita di motivazioni. Indebitamento e immobiliare sono in effetti i settori più sensibili al rialzo dei tassi che può maggiormente riservare qualche sorpresa tra i fattori di rischio, specie a seguito delle previsioni di un possibile prolungamento di tassi elevati prima di un’inversione di tendenza, secondo le stime dell’Ocse. La Rivista Italiche Maria Paola Toschi, Global Strategist di J.P. Morgan AM La Rivista · Dicembre 2023 6

E la situazione dell’Italia? Direi che forse il tema più interessante, secondo me, è il fatto che sta andando bene la relazione con la Commissione europea come dimostra anche l’ultimo evento che c’è stato, quando Bruxelles ha praticamente approvato le ultime revisioni della tranche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), un fattore molto importante per l’Italia. Perché è vero che il processo rimane lento. Certo, è stato rivisto, però ha trovato una buona sponda in Europa, in un andamento molto complesso che procede tuttora e resterà un tema assai rilevante per l’economia del Paese. Poi, al di là di qualsiasi considerazione politica, stiamo vivendo una fase di maggiore stabilità rispetto al passato e a quella che è sempre stata la caratteristica peculiare dei governi locali. Quindi forse anche questo fatto la sta aiutando e ciò favorisce la stabilità ed i rating favorevoli delle Agenzie internazionali. Insomma: questo non è un momento negativo e di difficoltà. Anche la gestione delle dinamiche fiscali è sempre fatta in maniera abbastanza attenta e circospetta, nonostante il fatto che il Paese abbia una prospettiva di deficit e debito elevato (che per altro non riguarda solo l’Italia). Si tratta infatti di una situazione abbastanza globale, però sempre nell’ambito di un controllo attento nei conti. E anche questo rappresenta un fattore molto apprezzato dai mercati. Recentemente Cristina Lagarde, la presidente della Banca Centrale Europea, ha commentato che potrebbero esserci delle discussioni su una fine anticipata dei rientri del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme). Questo commento ha creato un po’ di volatilità, anche se si tratta ormai di attività marginali per la BCE. Però, resta una flessibilità in questi acquisti che, pur se sono relativi, hanno aiutato a mantenere gli spread bassi. D’altra parte, permangono altri strumenti come il TPI (Transmission Protection Instrument). Il TPI, per esempio, serve appunto ad evitare che ad un aumento dei tassi di interesse segua un'espansione eccessiva degli spread. Comunque, si tratta più che altro di fattori psicologici per calmierare la speculazione soprattutto sui Paesi un po’ più fragili. E questo potrebbe anche essere letto nel senso di una spinta a non adottare ulteriori rialzi dei tassi come scenario prevalente, ciò che aiuta a rafforzare l’idea che non ci saranno altri incrementi dei tassi. Gli effetti del PNRR saranno sensibili o marginali? Sicuramente saranno sensibili. Magari non si percepiranno a brevissimo termine, però non possono essere secondari, perché 200 miliardi di euro di investimento per un Paese che comunque ha un livello di debito tra i più elevati al mondo, è un tema molto importante e speriamo che si riescano a introdurre anche quegli interventi strutturali in ambito sociale che potrebbero aiutare a risolvere alcuni nodi, come La Rivista · Dicembre 2023 7

per esempio la bassa partecipazione femminile al lavoro, ciò che potrebbe essere un fattore di crescita importante per l’Italia. Il 2024 sarà un anno elettorale per Taiwan, Russia, India, Gran Bretagna, Europa, Stati Uniti… Parlare delle elezioni americane al momento è un tema decisivo, ma al momento prematuro per capire cosa succederà. Però possiamo fare delle considerazioni generali. Abbiamo visto in passato come in anni di elezioni i mercati tendenzialmente si rivelano un po’ nervosi. Quindi potremmo aspettarci maggiore volatilità e anche delle performance un po’ più basse. Abbiamo fatto delle analisi in proposito. Tendenzialmente gli anni in cui si succedono delle elezioni, sono sempre caratterizzati da maggiore volatilità e minore rendimento. Sarà una considerazione magari banale e basata su un’analisi puramente statistica, ma poi bisognerà capire quali saranno veramente i candidati e quali politiche economiche proporranno. Questi potranno essere i fattori di rischio nel 2024, anche in virtù del fatto che ci sono tanti appuntamenti elettorali nel mondo. Il fattore politico sarà dunque importante. Sono questi tutti elementi di volatilità per i mercati come per le valute, anche se in quest’ultimo caso contano maggiormente le aspettative di politica monetaria. Da ottobre a novembre, per intendersi già sono cambiate le attese in merito e tendenzialmente le valute sono non poco influenzate da questi fattori. Ci sono poi gli ultimi episodi drammatici, come la guerra in Ucraina e la stabilità in Medio Oriente. Certo è che alla fine questi eventi politici, soprattutto se si protraggono nel tempo, finiscono poi per essere assorbiti dai mercati. A meno che non vi siano ripercussioni importanti, come per esempio sul petrolio. Poi, come detto, tendono tuttavia ad essere assimilati dai mercati, passando in secondo piano, rispetto all’attenzione incentrata sui fattori economici e le politiche monetarie. Il parere di Andrea Mignanelli, AD di Cerved Quasi parallela l’osservazione anche sul fronte delle imprese. Secondo Andrea Mignanelli, AD di Cerved che fornisce servizi di valutazione, report e studi di aziende e istituti finanziari in Italia, nel rapporto sul biennio 2024-25 le previsioni per le piccole e medie imprese confermano il momento non facile della congiuntura evidenziando situazioni di qualche difficoltà soprattutto sul fronte dei margini lordi, in contrazione già dalla fine del 2023, e mettono in allerta sulla sostenibilità dell’indebitamento che viene messa a dura prova dall’agLa Rivista Italiche Andrea Mignanelli, AD Cerved che fornisce servizi di valutazione, gestione, report e studi di settore ad aziende ed istituti finanziari. La Rivista · Dicembre 2023 8

gravio del costo del denaro. Un simile scenario potrebbe così portare a un aumento dei crediti a rischio e in default previsti in crescita nel prossimo futuro, al di sopra dei livelli pre-Covid. Nei primi sei mesi del 2023 le nascite di nuove imprese continuano ad essere in flessione (del 2,3% su base annua), con una contrazione particolarmente significativa delle Srl semplificate (-7,9%) e nel settore edilizio (-8,0%). Le piccole e medie imprese che ad oggi sono considerate rischiose, rappresentano il 7,1% del totale, un dato che segna un incremento del 6,8% rispetto a fine 2022. L’analisi citata è stata svolta su 164 mila PMI, di cui 134 mila imprese di piccole dimensioni e 29,5 mila imprese di medie dimensioni. La crescita nel biennio 2023-2024 si attesterà, secondo l’analisi del Cerved, rispettivamente allo 0,7% e allo 0,8%, con un lieve incremento nel 2025 (+1%, mentre le stime OECD di novembre sono all’1,2%). Le previsioni rivelano dunque dinamiche di crescita più in linea con il potenziale fisiologico del Paese, dopo due anni di sviluppi straordinari seguiti allo shock pandemico. I consumi privati continuano a crescere nonostante l’aumento dei tassi grazie anche al calo della disoccupazione, passando dal +1,1% del 2023 al +1,4% del 2025, nonostante la forte crescita dei prezzi abbia spesso eroso il potere d’acquisto dei salari. L’export (+4,4% nel 2023, +2,0% nel 2024 e +2,9% nel 2025) continua invece a essere un elemento di forza, favorito da un tasso di cambio favorevole alle imprese italiane. L’effetto dell’aumento dei tassi avrà infine un impatto negativo sugli investimenti privati, come già riscontrato a partire dal 2023 (-1,3%). Tuttavia quelli pubblici, di traino dopo l’approvazione del PNRR, potranno stabilizzarne il livello complessivo, mantenendo positivo il livello dei consumi e dell’occupazione. La Rivista · Dicembre 2023 9

di pasta speciali per momenti speciali D ‘ A M O R E UN GESTO

Nell’ultimo decennio gli ostacoli e le sfide si sono moltiplicati ma i primati maggiori sono stati mantenuti Svizzera, la leadership della piazza finanziaria di Lino Terlizzi nali (SFI) e della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) emerge una sintesi della strada fatta dalla finanza elvetica tra il 2012 e il 2022. Il valore aggiunto creato dalla piazza finanziaria svizzera era di 66 miliardi di franchi nel 2012, di 65,5 miliardi nel 2017 e di 68,9 miliardi nel 2022. Dividendo le attività in due ampi comparti, si può vedere come i servizi finanziari siano lievemente scesi nel primo quinquennio considerato – da 36,5 miliardi a 34,8 miliardi – per poi però risalire nettamente nel secondo quinquennio, a 40,1 miliardi; le attività assicurative sono invece cresciute nel primo quinquennio – da 29,5 miliardi a 30,7 miliardi – e sono poi scese nel secondo, a 28,8 miliardi. Il risultato complessivo: la piazza elvetica era nel 2022 a un livello più alto sia rispetto a cinque anni prima, sia rispetto a dieci anni prima. Le valutazioni che indicano che la piazza finanziaria svizzera negli ultimi anni non è cresciuta sono quindi inesatte. È vero invece che sia la piazza elvetica sia il Prodotto interno lordo svizzero sono cresciuti, il secondo più ampiamente. Il PIL elvetico era infatti a 643,6 miliardi di franchi nel 2012, a 684,6 miliardi nel 2017, a 771,2 miliardi nel 2022. Ciò ha portato al fatto che la piazza finanziaria rappresentasse il 10,2% del PIL nel 2012, il 9,6% nel 2017 e l’8,9% nel 2022. La piazza è quindi cresciuta Molti ostacoli, ma anche una marcata capacità di tenuta e di rilancio. La piazza finanziaria svizzera nell’ultimo decennio ha dovuto affrontare molte sfide. La fine del segreto bancario per i non residenti, l’aumento della concorrenza di altre piazze internazionali, le normative più stringenti, l’aumento dei costi, l’incremento degli investimenti per adeguarsi alle nuove tecnologie. Questi sono alcuni dei nodi principali che la piazza elvetica ha dovuto gestire, all’interno di un percorso decennale di cambiamento. La finanza svizzera poteva uscire fortemente ridimensionata da tutte queste sfide. Era quello che molti si aspettavano, soprattutto all’estero ma talvolta anche in patria. Ma non è andata così, c’è stata resilienza. La strada fatta Per la piazza elvetica sul versante dei fattori positivi d’altronde c’erano e ci sono la professionalità e l’esperienza dell’area della finanza, un’economia rossocrociata che ha tenuto meglio di molte altre, la forza e l’attrattività di una moneta rifugio come il franco, il funzionamento e l’affidabilità del sistema Paese. La situazione che si è creata è stata così non solo di ombre ma anche di luci. Dai dati della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazioLa Rivista Elvetiche La Rivista · Dicembre 2023 11

anch’essa in termini assoluti, ma non in percentuale sul PIL. Altri rami dell’economia svizzera, legati all’industria e ai commerci, evidentemente hanno guadagnato ancor maggiore terreno. Il raffronto Se si guarda all’8,9% sul PIL registrato nel 2022 dalla piazza elvetica, bisogna dire che rappresenta comunque una percentuale ancora di rilievo. È interessante il raffronto con alcuni Paesi di dimensioni più ampie, le cui piazze finanziarie nel 2022 non contavano più di quella svizzera, sempre in rapporto al PIL. Per il Regno Unito il rapporto è 8,6%, per gli Stati Uniti è 8,3% (2021), per la Germania è 3,6%. È vero che per il Lussemburgo (2021) la percentuale è 26,1% e che per Singapore è 12,8%; queste ultime sono senza dubbio percentuali nettamente alte, ma bisogna anche considerare che si tratta in entrambi i casi di Paesi di dimensioni minori e con economie meno diversificate, in cui quindi un singolo ramo può più facilmente assumere un grande rilievo in rapporto al Prodotto interno lordo. La riduzione del numero delle banche in Svizzera rientra tra le ombre dell’ultimo decennio. Acquisizioni e fusioni, riorganizzazioni interne ai gruppi finanziari, nuove strategie sono tra i fattori che hanno contribuito a questa riduzione. Le banche erano 312 nel 2012, 261 nel 2017 e 239 nel 2022. Gli organici della piazza elvetica sono scesi sia nei servizi finanziari sia nelle attività assicurative, ma c’è stata una crescita nelle attività ausiliarie a supporto di entrambi i comparti. Ciò ha permesso di risalire nel complesso la china, dopo la caduta nel primo quinquennio. Il totale degli addetti della piazza era di 215.816 nel 2012, di 205.853 nel 2017, di 217.890 nel 2022. In rapporto all’occupazione complessiva in Svizzera, gli addetti della piazza sono in flessione contenuta: 5,2% nel 2022, contro il 5,3% del 2017 e il 5,8% del 2012. Pur essendoci stata una chiara riduzione del numero di banche presenti in Svizzera, il peso degli addetti della piazza nel complesso è salito in termini assoluti ed è sceso non di molto in termini percentuali. La gestione di patrimoni Restando al settore bancario svizzero, bisogna sempre ricordare che il suo business centrale è la gestione di patrimoni, sia privati (private banking o wealth management), sia istituzionali (asset management). Le due grandi banche elvetiche – che ora stanno diventando una, con l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS – su questo terreno hanno posizioni di forza, sia a livello globale sia a livello nazionale. L’integrazione del CS in UBS è un’operazione di ampia taglia, con la presenza di indubbie difficoltà, relative soprattutto alla riduzione di strutture e organici, ma anche di opportunità nello sviluppo degli affari. Le stesse due grandi banche hanno una presenza nell’investment banking, che hanno però cominciato a ridurre anni fa e che ancora stanno riducendo; l’obiettivo è da un lato diminuire il grado di rischio e dall’altro concentrarsi ancor più sulla gestione di patrimoni. UBS ha avviato un ricentramento delle sue attività attorno al private banking e all’asset management dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, in cui era rimasta coinvolta. Credit Suisse non ha ridotto il suo investment banking in modo altrettanto marcato e ciò secondo una parte degli analisti è un fattore che ha pure contribuito alla sua crisi. Nel nuovo gruppo la strategia è comunque quella di UBS e quindi con ogni probabilità ci saranno altre limature per le attività di investment banking. La piazza finanziaria svizzera nell’ultimo decennio ha dovuto affrontare molte sfide La Rivista · Dicembre 2023 12

Parlando ancora di gestione di patrimoni, occorre aggiungere che in Svizzera ci sono molte banche medie o piccole attive su questo versante. Tra i gruppi medio-grandi ci sono Julius Bär, Vontobel, EFG, Pictet, Lombard Odier, UBP, J.Safra Sarasin, LGT (del Liechtenstein, ma molto attiva nella Confederazione). Quanto al retail banking, cioè al credito tradizionale a imprese e famiglie, bisogna dire che su quest’altro terreno, oltre a UBS e Credit Suisse (che in queste attività operano in Svizzera e non all’estero), ci sono altri soggetti di rilievo sul mercato elvetico: tra gli altri, il gruppo Raiffeisen, le banche cantonali, PostFinance, Banca Migros. Ci si può chiedere se le banche svizzere siano riuscite o no a mantenere la leadership internazionale nella gestione di patrimoni, anche pensando ai molti ostacoli dell’ultimo decennio. Dai dati ufficiali disponibili, che arrivano sino al maggio 2023, emerge una nuova risalita delle masse amministrate dalle banche elvetiche e dunque la risposta è positiva. Anche i deflussi di capitali dal Credit Suisse, consistenti soprattutto tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, in molti casi sono stati probabilmente afflussi per altre banche svizzere. Le masse amministrate Il Barometro 2023 dell’Associazione svizzera dei banchieri (Swiss Banking) indica che a fine maggio i patrimoni gestiti dagli istituti elvetici erano pari a 8.281 miliardi di franchi, il 5,5% in più rispetto a dicembre 2022. L’andamento dei mercati finanziari ha favorito l’incremento, ciò va detto, ma senza una tenuta della capacità di gestione e dell’affidabilità della piazza svizzera difficilmente questo livello sarebbe stato raggiunto. Questo, d’altronde, si era già visto anche in anni passati. Nel 2011 i patrimoni gestiti dalle banche svizzere erano scesi a 5.245 miliardi, a causa della crisi finanziaria, delle frenate dei mercati, degli attacchi internazionali alla piazza elvetica. Nel 2012 è iniziata una risalita che ha portato sino ai 7.286 miliardi del 2017. Poi una discesa a 6.908 miliardi nel 2018 e una nuova risalita sino al picco degli 8.830 miliardi del 2021. Quindi una flessione a 7.846 miliardi nel 2022, ancora in coincidenza con turbolenze sui mercati, e infine il recupero nei primi cinque mesi del 2023. Alla fine del 2022 i patrimoni dei clienti stranieri erano il 46,4% del gestito totale, con il 53,6% invece della clientela svizzera. Nel 2012 la percentuale della clientela straniera era del 52,3%, c’è stata dunque nel decennio una discesa. Questo non significa che la massa gestita dei clienti stranieri sia diminuita in valori assoluti, piuttosto vuol dire che quella con targa elvetica è cresciuta di più. Tra i motivi c'è il rafforzamento del franco, che ha limato gli attivi in euro e in dollari USA, che in genere sono ovviamente più rilevanti per i clienti stranieri. Occorre inoltre considerare che ci sono stati scudi fiscali, amnistie fiscali e altre forme simili, che hanno portato a rimpatri di attivi. Nonostante l’insieme di questi fattori, non si è comunque lontani dal tradizionale 50/50 nella ripartizione tra patrimoni svizzeri e stranieri. C’è inoltre da registrare che nel wealth management transfrontaliero, che riguarda la gestione di patrimoni privati stranieri di ampie dimensioni, la piazza svizzera rimane numero uno al mondo, nonostante un’erosione della sua quota di mercato. Le valute È interessante osservare più da vicino, rimanendo ancora sulle valute, il peso delle singole monete sul versante della gestione di patrimoni delle banche elvetiche. Alla fine del 2022 il franco contava nei portafogli in deposito per più della metà, per l’esattezza per il 53,2%, in aumento rispetto al 51,1% del 2018. Il dollaro USA dal canto suo contava per il 26,5%, in leggera flessione rispetto al 26,8% di quattro anni prima. L’euro contava per il 13,1%, in diminuzione rispetto al 14,8% del 2018. Altre valute infine contavano nel loro complesso per il 7,1% alla fine del 2022, una percentuale lievemente inferiore al 7,3% di quattro anni prima. Dati che confermano da un lato l’importanza del franco e dall’altro però, nel contempo, anche la perdurante rilevanza delle attività internazionali per la finanza con targa elvetica. La Rivista Elvetiche La riduzione del numero delle banche in Svizzera rientra tra le ombre dell’ultimo decennio. Acquisizioni e fusioni, riorganizzazioni interne ai gruppi finanziari, nuove strategie sono tra i fattori che hanno contribuito a questa riduzione La Rivista · Dicembre 2023 13

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La Commissione europea ha dato il via libera a fine novembre al pagamento della quarta rata destinata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dell’Italia, 16 miliardi e mezzo di euro in sovvenzioni e prestiti che giungono al termine di una lunga trattativa in merito alla riprogrammazione di alcuni progetti del Piano originario, che passa da una dotazione finanziaria iniziale complessiva di 191 miliardi e mezzo di euro a 194 miliardi e 400 milioni. Negoziati di fine anno di Viviana Pansa Soddisfazione è stata espressa in più occasioni anche dalla premier Giorgia Meloni, che ha ricordato come inizialmente l’idea proposta di una rinegoziazione fosse stata ritenuta folle, per via del rischio di perdere le risorse assegnate. “I risultati parlano di una realtà diversa – ha detto Meloni alla firma dell’Accordo di coesione fra governo e Regione Lombardia avvenuta lo scorso 7 dicembre alla Fiera di Milano Rho: - se la politica presenta seriamente le sue priorità – ha aggiunto - trova qualcuno che ascolta”. L’Importanza del PNRR per il sistema produttivo italiano La riprogrammazione del Piano – che ha incassato il sì definitivo del Consiglio europeo l’8 dicembre scorso, insieme a quelli rivisti di altri 12 Paesi membri - si è resa necessaria a causa dell’elevata inflazione del 2022 e 2023 e delle difficoltà che la guerra in Ucraina ha determinato per le catene di approvvigionamento. Inoltre, il risultato economico dell’Italia nel 2020 e 2021 si è rivelato peggiore di quanto inizialmente previsto e questo ha comportato la revisione al rialzo della dotazione di sovvenzioni al PNRR. Il Piano modificato promuove in misura maggiore la transizione verde, con il 39,5% dei fondi destinati a misure di sostegno degli obiettivi climatici, rispetto al 37,5% del piano originario. Sono previste procedure Saranno in totale 22,6 miliardi di euro in prestiti e 71,8 miliardi di euro in sovvenzioni le risorse destinate a 66 riforme, sette in più rispetto al Piano originario. 145 sono le misure nuove o modificate, con una riprogrammazione di progetti per 21 miliardi e 400 milioni di euro. Tra esse, il capitolo dedicato a REPowerEU che prevede 12 investimenti rafforzati e 12 nuovi investimenti che si inquadrano all’interno dell’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030. Tali misure si concentrano sul rafforzamento delle reti di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica, la sicurezza energetica e l’aumento della produzione di energia rinnovabile. Il Piano comprende poi misure tese a rafforzare riforme fondamentali nei settori della giustizia, degli appalti pubblici e del diritto alla concorrenza. Investimenti rafforzati sono destinati anche alla promozione della competitività, alla transizione verde e digitale, alle energie rinnovabili, ai trasporti. “Siamo l’unico Paese ad aver ottenuto la quarta rata - ha commentato in conferenza stampa a ridosso del via libera della Commissione, il ministro degli Affari Europei, Raffaele Fitto, precisando come l’Italia non sia “affatto in ritardo rispetto ad altre nazioni, che comunque hanno richiesto cifre inferiori alle nostre”. La Rivista Europee La Rivista · Dicembre 2023 15

di autorizzazione semplificate per la produzione di energie rinnovabili, la riduzione alle sovvenzioni dannose per l’ambiente, la diffusione di competenze necessarie per far proseguire tale transizione. Una serie di investimenti andrà al miglioramento della rete elettrica, dell’efficienza energetica dei processi di produzione delle aziende, al rafforzamento dei mezzi ferroviari e agli autobus a zero emissioni. Altri importanti investimenti sono tesi alla preparazione digitale – alla transizione digitale sono destinate il 25,6% delle risorse totali, contro il 25,1% del piano originario - e allo sviluppo di tecnologie avanzate, al sostegno di start-up e di ricerca e sviluppo. Tra gli obiettivi vi è il miglioramento della digitalizzazione della pubblica amministrazione e delle imprese, lo sviluppo delle competenze digitali e delle tecnologie. Sono incluse anche importanti misure per il settore sanitario, per rafforzare l’efficacia delle politiche attive del mercato del lavoro, il sistema educativo e per ridurre la disparità regionali. Dopo il rallentamento della crescita economica registrato in Italia – con lo -0,4% di variazione del Pil del secondo trimestre di quest’anno e la stagnazione del terzo trimestre – e in Europa – anche in Germania il Fondo monetario internazionale si attende una diminuzione del Pil per il 2023 di mezzo punto percentuale rispetto al 2022, - si punta sul PNRR per la ripresa e il rafforzamento del sistema produttivo italiano. Intanto si consolida la fase espansiva dell’occupazione: l’aumento degli occupati è stato del 2,4% tra il 2021 e il 2022 e del 2% tra i primi sei mesi del 2022 e del 2023. Anche il numero degli inattivi è sceso del 3,6% tra il 2021 e il 2022 e tra il primo semestre del 2022 e quello del 2023, mentre le persone in cerca di occupazione sono scese sotto la soglia dei 2 milioni. Stando alla fotografia della società italiana dell’ultimo rapporto del Censis, tuttavia, il nostro Paese resta all’ultimo posto nell’Unione europea per il tasso di attività e occupazione: quest’ultimo, tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, è pari al 60,1%, ancora distante di quasi 10 punti rispetto al dato medio europeo, che è 69,8% - e per le donne è fermo al 51,1% contro il 64,9% della media Ue. Il Censis fa notare anche che se si raggiungesse il livello medio europeo del tasso di occupazione, ci sarebbero circa 3,6 milioni di occupati in più, compensando largamente il numero delle persone che sono ancora in cerca di un occupazione. Il capitolo spinoso del Patto di stabilità Oltre alla guerra in Ucraina, la nuova fase di incertezza si acuisce ora con il conflitto in Medio Oriente, e questo nonostante la politica monetaria della Banca centrale europea sia riuscita nel suo intento di far scendere l’inflazione – scesa al 2,4% a novembre nell’area euro, il valore più basso dal luglio 2021. Altro capitolo spinoso di queste ultime settimane resta il negoziato per il nuovo patto di stabilità, sui cui il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti ha fatto il punto alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato nelle scorse settimane. La novità principale del nuovo regola- “Siamo l’unico Paese ad aver ottenuto la quarta rata del PNRR”, ha dichiarato soddisfatto il ministro degli Affari Europei, Raffaele Fitto La Rivista · Dicembre 2023 16

mento proposto risiede nel fatto che ciascun paese potrà concordare con la Commissione un piano specifico per la riduzione del proprio deficit e debito, invece di rispettare regole fisse come avveniva in precedenza. Si concorderà quindi un tempo che va dai 4 ai 7 anni necessari per realizzare riforme e investimenti e nello stesso tempo ridurre deficit e debito, riduzione che dovrà essere – ha ribadito più volte Giorgetti – “graduale, realistica e sostenibile”. La riduzione del debito pubblico di un ventesimo l’anno fino a raggiungere la soglia del 60% rispetto al Pil, regola particolarmente stringente del precedente patto di stabilità e che molti paesi non sono mai stati in grado di rispettare, dovrebbe quindi essere superata. Resterà invece il vincolo di un rapporto tra deficit e Pil del 3% - è in corso la trattativa su come considerare gli interessi maturati sul debito, che appesantiscono in modo considerevole il bilancio dei Paesi fortemente indebitati come l’Italia. Proprio a ridosso del negoziato Ecofin sul patto a inizio dicembre, Mario Monti, già commissario europeo e presidente del Consiglio, ha pronunciato in un suo intervento pubblicato dal Corriere della Sera un giudizio piuttosto critico in proposito. Pur apprezzando i tentativi messi in campo per trovare un accordo, Monti ritiene infatti che la proposta formulata non sia all’altezza delle grandi sfide che l’Europa deve affrontare, e che riassume nel: “farsi capire chiaramente dai cittadini, investire nel proprio futuro economico e istituzionale, acquisire autonomia strategica” “allestendo rapidamente una politica estera comune e una difesa comune, che esige un bilancio comunitario adeguato più che maggiori spazi nei bilanci degli Stati membri”. Secondo Monti il testo in discussione sarebbe in definitiva poco comprensibile, eccessivamente influenzato dalla Germania e - nodo centrale - lascerebbe troppo poco spazio agli investimenti pubblici. Investimenti che invece sono oggi più che mai necessari per rimettere in moto l’economia dopo anni difficili, tenendo conto delle nuove sfide che fenomeni come i cambiamenti climatici o l’intelligenza artificiale pongono al continente europeo e non solo. Il suggerimento di Monti è che, se non dovesse essere raggiunto l’accordo, “sarebbe meglio per l’Europa tornare al tavolo di progettazione della Commissione”, “anziché cesellare ancora il testo in cerca del consenso di tutti”. I tempi però sono stretti e l’impegno più volte ribadito era stato quello di cominciare il nuovo anno con regole nuove, specie in una materia così delicata e importante come quella dei bilanci dei Paesi membri. Inoltre, l’avvicinarsi del voto per il rinnovo del Parlamento europeo, a giugno 2024, potrebbe non giovare alla ridiscussione di un accordo in tempi ragionevoli. E che sia già partito il clima da campagna elettorale, e non solo in Italia, è testimoniato dall’indiscrezione formulata a mezzo stampa sul fatto che il presidente francese Emmanuel Macron incoraggerebbe la candidatura di Mario Draghi alla guida della prossima Commissione europea, al posto di Ursula von der Leyen. Una possibilità cui lo stesso Draghi avrebbe detto di non essere interessato, ma che ha creato un po’ di scompiglio nel fronte del centro-destra italiano, che si è affrettato a precisare che si tratta una decisione da maturare solo dopo aver considerato il risultato delle elezioni europee, e non prima. Anche la discussione sulla ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), accantonata in questo primo anno di governo Meloni e poi più volte richiamata in queste ultime settimane, non ha giovato a rasserenare il clima nella maggioranza di governo tant’è che, visti anche i tempi stretti per l’approvazione della manovra di bilancio, dovrebbe slittare ancora al prossimo anno. La Rivista Europee L’avvicinarsi del voto per il rinnovo del Parlamento europeo, a giugno 2024, potrebbe non giovare alla ridiscussione di un accordo in tempi ragionevoli La Rivista · Dicembre 2023 17

Novità in Gazzetta Ufficiale DDdl Incentivi Tra i primi la “Legge in materia di revisione del sistema degli incentivi alle imprese e disposizioni di semplificazione delle relative procedure, nonché in materia di termini di delega per la semplificazione dei controlli sulle attività economiche”, cioè il cosiddetto ddl Incentivi. Collegata Incentivi, fiscalità, tutela del made in Italy. Arrivato il via libera della Commissione europea alla revisione del PNRR italiano e con la legge di Bilancio ancora alle prime battute in Parlamento, la Gazzetta ufficiale ha registrato, come di consueto, diversi provvedimenti licenziati dal Governo, alcuni approvati in via definitiva, altri ancora all’esame delle Camere. di Manuela Cipollone alla manovra di finanza pubblica, la legge delega il Governo ad adottare, entro il 30 novembre 2025, uno o più decreti legislativi per la definizione di un “sistema organico” degli incentivi, per razionalizzarne l'offerta ed armonizzarne la disciplina mediante la redazione di un Codice organico in materia. Obiettivo della legge, dunque, quello di “rimuovere gli ostacoli al dispiegamento dell'efficacia dell'intervento pubblico a sostegno del tessuto produttivo mediante le politiche di incentivazione, garantendone una migliore pianificazione, organizzazione e attuazione nonché rafforzandone le capacità di sostegno alla crescita negli ambiti strategici delle politiche industriali nazionali ed europee e di perseguimento degli obiettivi di piena coesione sociale, economica e territoriale”. Il ddl mira a “definire una disciplina organica in tema di agevolazioni e incentivi agli investimenti delle imprese, con l'obiettivo di rafforzare la coesione, semplificare i procedimenti amministrativi, snellire gli oneri burocratici a carico delle imprese e ad elaborare strumenti standardizzati comuni per la modulistica e le attività di attuazione connesse agli incentivi erogati”. Il testo prevede anche disposizioni volte a valorizzare le potenzialità del Registro nazionale degli aiuti di Stato (RNA e della piattaforma telematica "incentivi.gov.it"). Il 27 agosto 2024 è il termine ultimo per l'esercizio complessivo della delega, una “grande riforma”, ha commentato il Ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso, “per sostenere le imprese e facilitare la loro attività. Il nuovo impianto valorizzerà la certezza dell’orizzonte temporale La Rivista Burocratiche La Rivista · Dicembre 2023 18

Il decreto, infatti, prevede che ai lavoratori dipendenti o autonomi che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia sarà riconosciuto, dal 2024, un nuovo regime agevolato per un massimo di 5 anni. Potranno beneficiare di una riduzione della tassazione del 50 per cento (era il 70% fino ad oggi), entro un limite di reddito agevolabile pari a 600.000 euro, i lavoratori in possesso dei requisiti di elevata qualificazione o specializzazione che non risultano essere già stati residenti nel nostro Paese nei tre periodi d’imposta precedenti al conseguimento della residenza. I lavoratori impatriati dovranno restituire le agevolazioni, pagando gli interessi, se non mantengono la residenza fiscale nei cinque anni successivi. Invariate le disposizioni per i ricercatori, professori universitari e lavoratori dello sport già previste. Una norma molto contestata dai diretti interessati, come detto, perché, come denunciano in una petizione online, la norma “cambia i requisiti di accesso per i prossimi anni in modo molto restrittivo e addirittura toglie del tutto gli incentivi ai lavoratori che si sono trasferiti in Italia a partire da luglio 2023. Crea di fatto una nuova categoria di “esodati”: chi si è stabilito in Italia, dando dimissioni e accendendo mutui, o sta per farlo, rimarrebbe senza diritto agli incentivi, con un effetto retroattivo in violazione di elementari principi di certezza del diritto e ragionevolezza. Ci sono molti altri punti critici: l’assenza di un regime transitorio, la rimozione degli incentivi legati alla natalità e al trasferimento al Sud, l’obbligo di cambiare datore di lavoro, una riduzione dell’importo dei benefici”. e la pluriennalità delle misure, la misurabilità del loro impatto, il coordinamento con gli altri strumenti, la semplificazione e la digitalizzazione delle procedure nell’ambito di un univoco registro nazionale degli aiuti di Stato”. Grazie alla delega, il Governo potrà “disboscare l’attuale giungla di agevolazioni che oggi conta quasi 2.000 incentivi, 229 sul piano nazionale e 1.757 a livello regionale: un vero ginepraio – le parole del Ministro – che troppo spesso complica la vita delle imprese, in particolar modo quelle piccole e medie o quelle straniere che vogliono investire in Italia, limitando al contempo l’efficacia delle misure sul sistema produttivo”. Riforma in materia di fiscalità internazionale È ancora all’esame delle Camere, invece, il decreto legislativo di attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale che contiene un’importante, e contestatissima, riforma degli incentivi per i lavoratori impatriati, italiani, cioè, che decidono di tornare in Italia a fronte di agevolazioni fiscali. Contestatissima la riforma degli incentivi per i lavoratori impatriati, italiani, cioè, che decidono di tornare in Italia a fronte di agevolazioni fiscali. La Rivista · Dicembre 2023 19

Trasferimento di attività Il testo licenziato dal Governo promuove anche lo svolgimento nel territorio dello Stato italiano di attività economiche, attraverso un incentivo fiscale che consiste nella non concorrenza alla formazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini dell’IRAP del 50% del reddito imponibile derivante dalle attività d’impresa e dall’esercizio di arti e professioni esercitate in forma associata trasferite in Italia e precedentemente svolte in un Paese estero, diverso da uno Stato appartenente all’Unione europea o allo Spazio economico europeo. L’agevolazione si applica nel periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento e per i cinque periodi di imposta successivi alla scadenza del regime di agevolazione. Si prevede il recupero del beneficio qualora l’attività economica trasferita, per la quale si è goduto dell’agevolazione, venga successivamente trasferita in uno Stato non appartenente all’Unione Europea e allo Spazio economico europeo durante il periodo in cui si beneficia dell’agevolazione o entro dieci periodi di imposta dal termine del regime di agevolazione. Non sono incluse tra le attività agevolabili quelle esercitate nel territorio dello Stato nei 24 mesi antecedenti il loro trasferimento. Si tratta di una limitazione “volta ad evitare che siano agevolate attività già in precedenza esercitate in Italia e trasferite all’estero per poi essere nuovamente trasferite nel territorio dello Stato al solo fine di beneficiare del vantaggio fiscale”. Valorizzazione, promozione e tutela del Made in Italy Ottenuto il via libera della Camera, è atteso in Senato il ddl per la “Valorizzazione, promozione e tutela del Made in Italy”, che il Ministro Urso ha definito “provvedimento cardine nella politica industriale del nostro Paese, strategico per tutelare e valorizzare il nostro marchio nel mondo, con il “Fondo sovrano” e il Liceo del Made in Italy che entreranno subito in funzione”. Meno entusiaste le opposizioni che parlano di “ennesima propaganda” da parte del Governo, accusato di aver confezionato una “scatola vuota”, che mette in campo pochissime risorse. Ambiziosi gli obiettivi del provvedimento, enunciati all’articolo 1: valorizzare e promuovere, in Italia e all'estero, le produzioni d'eccellenza, le bellezze storico artistiche e le radici culturali nazionali, quali fattori da preservare e tramandare non solo a fini identitari ma anche per la crescita dell'economia nazionale nell'ambito e in coerenza con le regole del mercato interno dell'Unione europea. L'articolo 2, come modificato in Commissione alla Camera, prevede che le amministrazioni centrali e locali orientino la propria azione ai principi del “recupero delle tradizioni, della valorizzazione dei mestieri, del sostegno ai giovani, che operano o intendono impegnarsi nei settori che determinano il successo del made in Italy, nonché alla promozione del territorio e delle bellezze naturali e artistiche e del turismo”. Secondo quanto inserito in sede referente, le attività di tutela e di valorizzazione all'estero dell'eccellenza produttiva e culturale italiana sono svolte in sinergia con le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari, gli istituti italiani di cultura e gli uffici all'estero di ICE-Agenzia, nel quadro delle linee guida e di indirizzo strategico definite dalla Cabina di regia per l'internazionalizzazione. La Rivista Burocratiche La Rivista · Dicembre 2023 20

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