È stata una citazione di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food recentemente scomparsi, ad aprire il discorso che Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Vincenzo Di Pierri, ha tenuto in occasione dell’Assemblea dei Soci il 28 maggio, a Zurigo.
Quasi una dichiarazione di intenti: «Chi semina utopia raccoglie realtà. Il sogno è il motore più potente e meno inquinante che esista». Non è retorica. È una bussola. E in un’epoca in cui le bussole sembrano impazzite, averne una che punta con ostinazione verso la cooperazione, il dialogo e la costruzione di ponti tra nazioni è già, di per sé, un atto politico.
Il tempo che stiamo vivendo è caratterizzato da «straordinaria complessità», come ricorda Di Pierri.: gli equilibri che avevamo dato per acquisiti si sono sgretolati uno dopo l’altro ad una velocità che nessun modello economico aveva previsto e nessun manuale di geopolitica avrebbe saputo anticipare.
Prima la pandemia (con tutto il suo carico di supply chain spezzate, inflazione galoppante, materie prime introvabili e un’intera civiltà costretta a fermarsi e a guardarsi dentro); poi le guerre, quelle che «pensavamo consegnate agli archivi della Storia»: il conflitto russo-ucraino, che ha ridisegnato la mappa energetica del continente e rimesso in discussione decenni di interdipendenze economiche; e quello in Medio Oriente, «inopinato», che ha aggiunto instabilità a instabilità, alimentando nuove tensioni sui mercati internazionali e nuove crepe nelle certezze dei sistemi occidentali.
Di Pierri ha voluto sottolineare come, in questo scenario (e la parola scenario è ancora troppo neutra, troppo distante per descrivere quello che stiamo attraversando) il ruolo delle istituzioni economiche cambia. Non è più sufficiente fare promozione commerciale, organizzare fiere, facilitare incontri tra compratori e venditori: è necessario qualcosa di più profondo, di più strutturale. È necessario, come dice con precisione nel discorso, «costruire fiducia».
«Oggi, in un mondo attraversato da tensioni internazionali, trasformazioni tecnologiche e instabilità economiche, la fiducia rappresenta il vero capitale delle relazioni internazionali» specifica Di Pierri. È qui che si inseriscono la storia e la missione della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Un’istituzione che, con le sue tre sedi territoriali, rappresenta «molto più di un semplice organismo di promozione commerciale. È un ponte stabile tra due Paesi storicamente legati da profondi rapporti economici, culturali e umani». La Svizzera non è un mercato qualunque. Chi non ha mai provato ad affacciarsi su quel sistema economico dall’esterno forse non coglie fino in fondo quanto sia diverso, quanto richieda preparazione, adattamento e un interlocutore che lo conosca davvero dall’interno. È un mercato «sofisticato e altamente competitivo», caratterizzato da «standard elevatissimi, regolamentazioni complesse e forte internazionalizzazione». Entrarci senza una guida significa spesso sprecare tempo, risorse e opportunità. Entrarci con il supporto giusto, con consulenza strategica, assistenza normativa e fiscale, networking qualificato e analisi di mercato, significa trasformare quella complessità in «opportunità concreta di crescita». È esattamente questo che la Camera fa, ogni giorno, per le imprese italiane che vogliono portare la loro eccellenza oltre le Alpi.
La Camera è anche «un punto di riferimento per la comunità italiana in Svizzera, una delle più storiche e integrate del Paese». Una comunità profondamente cambiata nel tempo, che non è più quella dei lavoratori emigrati degli anni Sessanta e Settanta, ma che oggi comprende «frontalieri, imprenditori, manager, ricercatori, professionisti altamente qualificati e nuove generazioni pienamente inserite nella realtà svizzera». In questo senso, la Camera «non si limita a sostenere l’economia italiana all’estero, ma contribuisce a rafforzare il ruolo stesso della comunità italiana come protagonista delle relazioni bilaterali tra Italia e Svizzera». È una distinzione che vale. Essere protagonisti, non comparse. Essere riconosciuti come soggetti attivi di un rapporto bilaterale, non come semplici beneficiari di politiche decise altrove. È una questione di dignità, prima ancora che di strategia.
E poi c’è il tema (enorme, inevitabile, affascinante e inquietante al tempo stesso) dell’innovazione tecnologica. «Stiamo vivendo una trasformazione storica senza precedenti» dice Di Pierri. «L’intelligenza artificiale, il quantum computing, le neuroscienze e le nuove tecnologie stanno avanzando a una velocità superiore rispetto alla capacità della politica e delle istituzioni di governarne gli effetti». È una diagnosi che non nasconde il disagio di un sistema istituzionale che arranca dietro una rivoluzione tecnologica che non ha chiesto il permesso a nessuno. Ma la risposta che viene proposta non è la difensiva del freno tirato: è quella di chi vuole cavalcare la trasformazione senza subirla passivamente. «Il progresso tecnologico non può essere considerato esclusivamente come fattore di crescita economica. Deve essere accompagnato da una profonda riflessione etica e orientato al benessere collettivo, alla sostenibilità ambientale, alla tutela delle persone e delle future generazioni».
Una Camera di Commercio che parla di etica della tecnologia, di protezione dei dati, di governance internazionale fondata sulla «cooperazione scientifica e sulla condivisione delle conoscenze», di difesa della verità contro la disinformazione.
C’è poi un passaggio del discorso che merita di essere sottolineato con forza, perché tocca un nervo scoperto del sistema Italia nel mondo: quello del «fare sistema». «Non uno slogan, ma una necessità concreta. La collaborazione tra rete diplomatica, ICE, ENIT, Camere di Commercio italiane all’estero, Ministero degli Affari Esteri e Ministero delle Imprese e del Made in Italy è una delle condizioni indispensabili per rafforzare la competitività internazionale del nostro Paese. La collaborazione tra istituzioni non può in alcun caso trasformarsi in rapporti di sudditanza». Parole nette che dicono: siamo partner, non subordinati. Collaboriamo, non obbediamo. È un posizionamento che richiede coraggio, perché affermare l’autonomia di un’istituzione in un sistema dove le gerarchie implicite tendono a prevalere su quelle dichiarate non è mai neutrale.
E il Made in Italy. Non si può parlare della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera senza parlare di questo concetto che, abusato com’è, rischia di perdere il suo significato più profondo. Il discorso del Presidente lo riposiziona con precisione: il Made in Italy «non rappresenta soltanto un insieme di prodotti da esportare, ma un modello culturale ed economico fondato su creatività, innovazione, competenza manifatturiera, bellezza e qualità». È una distinzione fondamentale. Non stiamo vendendo oggetti: stiamo esportando un modo di pensare, di fare, di stare al mondo. Dall’agroalimentare alla meccanica avanzata, dalla tecnologia alla valorizzazione delle nicchie territoriali, c’è un filo che tiene insieme tutto questo e che si chiama identità. Un’identità che la Camera presidia, promuove e difende attraverso eventi, missioni economiche e iniziative culturali, contribuendo a rafforzare il patrimonio immateriale che è il Marchio Italia.
Il discorso si è chiuso tornando al punto da cui era partito: la necessità del sogno, di quella capacità visionaria che è l’unica cosa che, nella storia, ha sempre preceduto i cambiamenti reali. «È proprio nei momenti più complessi che nascono le opportunità più importanti». Non è una consolazione. È una constatazione storica. Le grandi trasformazioni non nascono nei momenti di stabilità, quando tutto funziona e nessuno ha bisogno di immaginare qualcosa di diverso. Nascono nelle crisi, nelle fratture, nei momenti in cui il vecchio non regge più e il nuovo non si è ancora dato una forma definitiva. È in quel margine precario, instabile, pieno di rischi ma anche di possibilità, che si gioca la partita più importante.
E solo «attraverso il dialogo, la cooperazione, la cultura e la capacità di costruire ponti tra istituzioni, imprese e popoli sarà possibile immaginare un futuro più equilibrato, umano e sostenibile per tutti». Tre parole, alla fine: equilibrato, umano, sostenibile. Tre aggettivi che, in questo momento storico, suonano quasi rivoluzionari. Perché in un mondo che sembra correre verso gli estremi degli egoismi nazionali, delle polarizzazioni ideologiche, delle accelerazioni tecnologiche senza bussola etica, scegliere l’equilibrio, difendere l’umano, praticare la sostenibilità non è la via del compromesso. È la via del coraggio.
Chi semina utopia raccoglie realtà. Vale la pena crederci.



