La Rivista LUGLIO-SETTEMBRE 2026

La Rivista Visioni tesche installazioni sospese in aria, ispirate a piante e fiori e ai processi di crescita organica, che invitano il pubblico a muoversi all’interno di uno spazio simile a un giardino concettuale, come Alice nel Paese delle Meraviglie. Skarma Sonam Tashi riporta invece l’attenzione sulle architetture tradizionali del Ladakh e sulle minacce poste dalle nuove tecnologie costruttive. Utilizzando la cartapesta crea forme che evocano abitazioni himalayane costruite storicamente in stretto rapporto con l’ambiente e il clima. Asim Waqif realizza un enorme impianto in bambù, materiale storicamente utilizzato in India per abitazioni (elastico durante terremoti, a buon mercato), strumenti musicali, utensili e oggetti rituali, che solca il padiglione fino al soffitto ispirandosi alle impalcature presenti nei cantieri delle città indiane contemporanee, strutture flessibili che sostengono edifici in costruzione rimanendo però quasi invisibili nelle architetture ufficiali. L’Arabia Saudita presenta il progetto di Dana Awartani, Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, una monumentale installazione composta da 29.221 mattoni d’argilla che riflette sulla fragilità del patrimonio culturale minacciato da guerre e distruzioni. Si ispira a mosaici trovati in Palestina, Siria e Libano, luoghi che custodiscono una storia in alcuni casi lunga oltre tre millenni, ed evoca le forme di uno scavo archeologico. Ogni elemento dell’installazione nasce da un lungo processo di ricerca su siti archeologici, progettazione e collaborazione artigianale. Awartani ha lavorato insieme a trentadue artigiani in uno studio situato tra le montagne presso Riad. Per la realizzazione dei mattoni sono state utilizzate quattro diverse casa, che non coincide più con uno spazio fisico, ma con un’idea ricostruita attraverso il ricordo, il lavoro manuale e la conservazione di pratiche culturali. Le opere dei cinque artisti sviluppano questa riflessione attraverso linguaggi e materiali differenti. Alwar Balasubramaniam lavora direttamente con la terra del Tamil Nadu rurale, regione in cui l’artista vive e opera, e presenta due grandi pannelli scultorei realizzati con il suolo locale segnato da crepe e fratture naturali prodotte dall’essiccazione e dall’azione del tempo: terra senza vita, deserto. Sumakshi Singh opera invece sull’assenza e ricostruisce a grandezza naturale la casa di famiglia demolita a Nuova Delhi utilizzando filo e ricamo: un lavoro megalitico. Al posto di pareti solide compaiono poetiche strutture fantasma. La casa esiste soltanto nella memoria e nel gesto della ricostruzione. Singh lega il proprio lavoro alle donne della sua famiglia, che ricamavano insieme. Ranjani Shettar si dedica al lavoro manuale e alla relazione verso la natura con giganargille provenienti da differenti aree geografiche dell’Arabia Saudita. Le terre, caratterizzate da tonalità naturali differenti, sono state modellate attraverso tradizionali stampi in legno e lasciate essiccare al sole, secondo un procedimento che recupera tecniche tradizionali legate alla lavorazione della terra cruda.“Spero che questa mostra evidenzi l’urgenza di preservare e proteggere il patrimonio culturale come patrimonio comune” - Dana Awartani.1 Il Marocco partecipa con il suo primo padiglione nazionale. Amina Agueznay presenta Asǝṭṭa (termine berbero), un’installazione legata alla tessitura rituale Amazigh (popolo indigeno del Nord Africa, comunemente noto come Berbero): oltre 200 pannelli di lana sospesi in verticale, che oscillano nella calura estiva, realizzati con il contributo di 166 artigiaNello storico Negozio Olivetti, capolavoro dell’architettura di Carlo Scarpa, ho trovato Hybrids di Leandro Erlich. Vi sono esposte circa venti sculture, alcune delle quali inedite, che danno forma a organismi impossibili, come macchine da scrivere di sabbia Le sculture in marmo di Cragg mettono in discussione i meccanismi attraverso cui percepiamo il mondo: la serie sul fianco sinistro della sala espositiva sembra un ammasso di pietra irregolare, ma se ci voltiamo dalla parte dell’imbarcadero, ossia dell’entrata sul Canale, scopriamo che ogni pietra ha le sembianze di un volto umano, uno diverso dall’altro – stupefacente! La Rivista · Luglio - Settembre 2026 56

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