role che fa pronunciare a Francesca da Rimini propone un’idea di amore come forza fatale che non permette a chi è amato di non riamare a sua volta. La reciprocità appare quindi come l’essenza della relazione amorosa. Malgrado i rischi e gli ostacoli insiti in certe situazioni. È sempre così? Non penso, visto lo sterminato numero di altri esempi letterari (e quotidiani) di amori infelici non corrisposti. E vista altresì la montagna di studi in materia, le cui conclusioni a volte corroborano e a volte smentiscono l’ipotesi dantesca. I sociologi moderni sottolineano una certa tendenza all’endogamia sociale: ovvero la scelta del partner cade più spesso di quanto non si creda su persone della propria cerchia, se non addirittura dello stesso ambiente professionale. Non siamo più al “moglie e buoi dei paesi tuoi”, ma in qualche modo le similitudini socio-professionali rimangono un ingrediente dell’attrazione reciproca e della stabilità delle coppie. Nondimeno, i media ci forniscono ormai una serie di esempi di amori sbocciati tra persone di classi sociali contrastanti, finanche in seno a monarchie dove regole secolari imponevano matrimoni dinastici. Tra gli esempi più appariscenti e chiacchierati troviamo la coppia formata dal principe Harry e dall’attrice Megan Markle, nonché l’unione tra la principessa ereditaria Vittoria di Svezia e il suo personal trainer Daniel Westling. In questi casi il sentimento di attrazione reciproca che sorge in presenza di determinati potenziali partner chiama in gioco probabilmente altre recondite ragioni, che sfuggono all’analisi puramente sociologica. Non a caso tale sentimento ha alimentato da secoli, e continua ad alimentare, una produzione sterminata di miti e di opere artistiche di ogni genere. A partire dal Novecento gli studi nel campo della psicologia hanno cominciato a cimentarsi con teorizzazioni “scientifiche” del fenomeno. Gli psicanalisti sottolineano che nell’innamoramento vi sono in particolare due fenomeni. Da un lato, la sensazione (illusione?) di ritrovare qualcosa conosciuto in epoca infantile nella relazione con i genitori: un’inflessione della voce, un sorriso, uno sguardo ammirativo, e anche una fragilità a cui si vorrebbe porre rimedio, oppure una pulsione di rivalsa. Dall’altro, un processo di idealizzazione che facilita (finché dura…) l’attribuzione al partner di qualità desiderate/sognate e gli scambi di attenzioni e di gesti capaci di produrre forti sensazioni di reciprocità amorosa. Altri studi focalizzati sulla genesi delle dinamiche relazionali sostengono che l’amore che proviamo oggi è anche in funzione delle modalità di attaccamento, serene e sicure, oppure turbate e disfunzionali che abbiamo conosciuto in tenera età e che riproduciamo in età adulta senza averne coscienza. A volte ciò fonda relazioni amorose intense e ad alto potenziale di crescita. Altre volte l’attrazione si rivela tossica, poiché l’interesse amoroso si indirizza verso determinati partner proprio in quanto potenziali complici nella ripetizione inconscia di pregressi schemi relazionali infelici. Inoltre, nell’amore spesso non manca una componente narcisistica. Ci sentiamo attratti da lui o da lei sulla base del guadagno di immagine che traiamo da tale frequentazione. È evidente che l’interesse reciproco dura finché l’altro continua ad essere uno specchio valorizzante. Vista la natura estremamente complessa e inconsapevole dei processi in gioco nelle relazioni amorose non stupisce che frequentemente queste si deteriorino in modo rovinoso, sfociando nell’irrefrenabile e spesso tragico passaggio dal reciproco amore al reciproco odio… La reciprocità nelle relazioni di amicizia Ho lasciato questo punto per ultimo non perché lo giudico secondario, ma al contrario perché ai miei occhi costituisce un tema di grande rilevanza. Della serie Last but not least, in particolare se si considerano le subdole e pericolose connessioni che possono sorgere tra rapporti di amicizia e rapporti di potere, in svariati campi… Ma qui mi accorgo di avere già ampiamente oltrepassato lo spazio a disposizione. Se qualche persona legge questa rubrica sappia che troverà il seguito nel numero di dicembre… “Amor che nullo amato amar perdona”. Così suona il celeberrimo e sublime verso del canto V dell’Inferno di Dante. Il sommo poeta con queste parole che fa pronunciare a Francesca da Rimini propone un’idea di amore come forza fatale che non permette a chi è amato di non riamare a sua volta La Rivista · Luglio - Settembre 2026 46
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