La Rivista Elefante invisibile* La reciprocità: collante relazionale, talora a doppio taglio… di Vittoria Cesari Lusso P er cominciare: mail e reciprocità Pochi giorni fa mi sono sentita domandare da un collega: Vittoria, come ti regoli adesso per selezionare le relazioni da coltivare? (Tra parentesi: il mio collega con l’avverbio di tempo adesso faceva garbatamente riferimento alla mia appartenenza a una generazione che ha attraversato molte stagioni…). Gli ho risposto di botto, in modo assertivo e leggermente provocatorio: “continuo a coltivare le relazioni soltanto con coloro che rispondono puntualmente alle mie mail”. Il tono della mia voce era perentorio, come di una persona che non ha dubbi. Sul momento infatti non ne avevo, poiché alla mia mente si sono immediatamente affacciate le immagini di un paio di persone con le quali ultimamente evito ormai di collaborare sul piano professionale, proprio a causa dell’irritante fatica addizionale - fatta di numerosi “garbati solleciti” – necessaria per ottenere infine le loro risposte. Prendo l’esempio di una collega che chiamo Lisa. La collaborazione con lei offre un sicuro valore aggiunto a determinate mie attività, come la redazione di articoli per riviste scientifiche nel campo della psicologia sociale. Tra l’altro, mi sta pure simpatica sul piano personale. Ma ormai ho rinunciato a portare avanti attività in comune poiché vivo i suoi ritardi nel rispondere ai messaggi e la sua tendenza a reagire sempre all’ultimo minuto come una irritante fonte di stress. Ovviamente posso permettermelo poiché non mi legano a Lisa obblighi istituzionali e gerarchici, e godo di uno di privilegi dell’età avanzata (non sono molti…): quello di poter scegliere con chi collaborare. Così, opto in genere per i rapporti che mi offrono il piacere della reciprocità in termini di tempi e modi comunicativi. L’esempio citato non esaurisce certamente il tema della reciprocità annunciato nel titolo, ma intende unicamente servire da primo stimolo. Volendo però avventurarmi sul terreno dell’approfondimento mi pare utile soffermarsi su alcune sfaccettature del fenomeno (elefanti probabilmente alquanto invisibili) quali: l’origine del bisogno di reciprocità, il nesso tra reciprocità e ruoli, nonché le forme che assumono i comportamenti di reciprocità, talvolta asimmetriche, talaltra speculari. Alle origini della reciprocità Il significato originario del termine è analogo a quello odierno. La parola reciprocità deriva dal tardo latino ed è formata da due elementi di movimento re-(all’indietro) e pro-(in avanti). Le investigazioni a carattere etimologico collegano spesso la radice del termine alle parole latine recus (indietro) e procus (avanti). La nozione di reciprocità evoca quindi un movimento di va e viene, un dare e un avere. In altre parole, essa designa gli scambi caratterizzati da una percezione di equivalenza tra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto dalle parti in causa. Il termine è molto utilizzato in campo matematico, economico, politico, giuridico e in vari rami della psicologia. Mi soffermo su quest’ultimo ambito, che mi è più congeniale. Da un punto di vista psicologico si ritiene che la reciprocità costituisca un vero e proprio collante sociale capace di fondare e arricchire le nostre relazioni, fin dall’alba della vita. Tuttavia, essa non va esente da pericolose criticità. Ogni bambino per crescere, imparare e svilupparsi ha bisogno di reciprocità, sperimentando fin dalle prime ore di vita un ininterrotto flusso di scambi tra i suoi primordiali segnali e i comportamenti delle figure di accudimento. Può sembrare strano parlare di reciprocità a proposito di neonati, vista la loro totale dipendenza dalle cure dei genitori. È la mamma * Una vecchia leggenda indiana narra di un elefante che pur muovendosi tra la folla con la sua imponente mole passava comunque inosservato. Come se fosse invisibile ... La Rivista · Luglio - Settembre 2026 44
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