Stereotipi comuni Stereotipi e scorciatoie di pensiero pur non nascendo da una raccolta di dati, hanno una ragione di esistere: il nostro cervello, infatti, è un organo molto piccolo (ca. il 2% del nostro corpo) ma consuma a riposo fino al 20% della nostra energia. Si tratta di un organo di lusso, per così dire, che non possiamo sprecare, non quando possiamo, quasi in automatico, ricorrere a quanto pensiamo di sapere. Entrano così in gioco gli stereotipi, quelle scorciatoie del pensiero che abbiamo interiorizzato fin dall'infanzia e che normalmente riguardano gruppi di persone e possono essere positivi o negativi. Basta pensare a quante volte abbiamo sentito dire, magari giocando a casa dei nonni, che “gli svizzeri sono precisi” o che “gli italiani sono furbi”. A queste frasi si aggiungono le immagini dei film e della televisione: lo svizzero rappresentato come discreto e legato al mondo delle banche; l'italiano come passionale, istintivo, un po' disordinato forse, ma creativo e flessibile. Non è un caso che anche il cinema abbia giocato su queste contrapposizioni: Frontaliers Disaster, per esempio, costruisce buona parte della sua comicità proprio sul contrasto tra il frontaliero italiano “poco puntuale” e lo svizzero “ligio alle regole”. È interessante notare come questi stereotipi, riprodotti da stampa e pubblicità e oggi dai social media, siano diversi non solo per paese ma anche a seconda della cultura di provenienza, dimostrando che sono arbitrari e privi di fondamento scientifico. In italiano si dice spesso "preciso come un orologio svizzero"; mi è stato raccontato che in Venezuela si usa invece "lentos como los suizos"; e non è raro sentire americani commentare, sorpresi, quanto lentamente gli svizzeri sembrino camminare per strada. Tre sguardi sullo stesso "essere svizzeri" che sono solo il risultato di prospettive diverse. Spesso poi gli automatismi cognitivi, categoria a cui gli stereotipi e gli unconscious bias appartengono, sono estremamente contestuali. Se apparteniamo alla generazione abituata a usare emoticon nei messaggi, non abbiamo dubbi che una mano chiusa con il pollice verso l'alto significhi “ok, tutto a posto”. Ma per un sommozzatore sott'acqua, lo stesso segno vuol dire tutt'altro, e indica la volontà di risalire in superficie. Abbiamo quindi un’assunzione implicita che nasce dal contesto specifico in cui siamo abituati ad agire e che crediamo sia condiviso da chiunque e ovunque. Il nostro contesto lavorativo, nazionale, settoriale, o generazionale ci porta a interpretare segnali e comportamenti con una certa rigidità, senza chiederci quali altri significati potrebbero avere. Ed è proprio questa assenza di criticità che ci impedisce di scoprire possibilità che vanno al di là della nostra mentalità cd. fissa. Dagli stereotipi ai bias inconsci La nostra valutazione, quella che chiamiamo con orgoglio valutazione della situazione, non è solo influenzata da stereotipi e da assunzioni implicite. A volte portiamo con noi preferenze di cui diventiamo consapevoli solo quando le confrontiamo: sono i cosiddetti unconscious bias o distorsioni cognitive involontarie. Qui di frequente è il caso a giocare la sua parte: nel nostro subconscio l'incontro piacevole o sgradevole con qualcosa o qualcuno ci porta a dare attenzione o ad attribuire qualità a Frontaliers Disaster (nella foto i due protagonisti), per esempio, costruisce buona parte della sua comicità proprio sul contrasto tra il frontaliero italiano “poco puntuale” e lo svizzero “ligio alle regole”. La Rivista · Luglio - Settembre 2026 39
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=