La Rivista LUGLIO-SETTEMBRE 2026

Quando la vicinanza crea distanza: l’importanza di decodificare stereotipi e unconscious bias in contesti multiculturali Il paradosso della vicinanza Dei quattro confini alpini dell’Italia quello con la Svizzera è di gran lunga il più esteso: 744 km, contro i 488 km con la Francia, che si posiziona al secondo posto. Attraverso questo confine, Svizzera e Italia condividono, non solo la prossimità geografica ma anche legami linguistici, e uno scambio commerciale dinamico e in crescita. Ma la vicinanza non è di per sé una garanzia di successo per la collaborazione commerciale. In un articolo pubblicato sul Journal of International Business Studies nel 1996 i ricercatori O'Grady e Lane hanno documentato un dato sorprendente: il 78% delle imprese canadesi che si erano espanse sul vicino mercato statunitense non risultava aver avuto successo. Utilizzando il termine di psychic distance paradox i due ricercatori hanno messo in evidenza quella implicita assunzione di somiglianza che abbiamo per chi ci è geograficamente vicino e che, invece, può trarci in inganno. Quando infatti riconosciamo di avere in comune aspetti della parte visibile della cultura come la lingua, alcuni paesaggi geografici, un lungo confine, assumiamo che anche le regole del gioco non visibili siano comuni: disattiviamo l'allerta che avremmo nei confronti di un partner commerciale meno familiare e diamo per scontate aspettative che possono andare dall’assegnare ruoli che l’altro non riconosce come propri, alla modalità con cui ci rapportiamo all’autorità, al partner commerciale e alle istituzioni. Ovvero diamo per certe aspettative che invece andrebbero accertate. Abbiamo già descritto nei precedenti articoli alcune assunzioni che riguardano dimensioni culturali precise: lo stile comunicativo, il tempo, la leadership, il modo di dare e ricevere il feedback e il processo che ci porta a prendere le decisioni che prendiamo. Si tratta di generalizzazioni basate su una raccolta di dati riferita a un numero ampio di partecipanti. Così è stato per l’olandese Hofstede, che ha costruito le sue dimensioni intervistando i lavoratori IBM in oltre 40 paesi tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70. Cercheremo ora di guadagnare consapevolezza sui principali stereotipi e bias inconsapevoli che ci accompagnano come individuo quando entriamo in una stanza, che sia per un incontro occasionale a una fiera, una trattativa, o per il primo giorno alla guida di un team. Anche in questo caso le conseguenze possono essere frizioni che sembrano nascere dal nulla e che a volte rimangono inosservate, partenariati che si spengono, opportunità di collaborazione e investimento che potrebbero essere valorizzate meglio, se confrontassimo le nostre aspettative con la realtà. Ma c’è qualcosa di più. Molto spesso queste idee ci impediscono di scoprire potenzialità e di aprirci a nuove prospettive, limitando così la possibilità di crescita e innovazione. La vicinanza geografica tra Svizzera e Italia crea presunzioni di consapevolezza che possono non essere reali. Superare stereotipi e unconscious bias vuol dire anche far spazio a nuove forme di collaborazione e tradurre potenzialità in risultati finali. La Rivista Comunicazione interculturale d’impresa di Carmela Masecchia Schöpf La Rivista · Luglio - Settembre 2026 38

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