La Rivista Musica e spettacoli Alessandro, la musica elettronica è il tuo mestiere. Eppure, nei tuoi pezzi si riconosce anche un filo di jazz. Che ruolo ha il jazz nella tua musica? Ha un ruolo di ispirazione e di libertà. Nel jazz ritrovo quello che mi coinvolge dentro e che mi appassiona. Anche se attingo al jazz, non mi definirei un jazzista: mi stimola piuttosto il metodo di lavoro, fatto di esplorazione e ricerca continua. Da dove arriva questa tua vicinanza al jazz? Da bambino ho studiato la chitarra jazz per circa quattro anni. Poi, purtroppo, non ho più avuto la possibilità di praticarla. Mi dispiace un po'. Comunque mi è rimasta quest'anima jazz che mi guida. La musica che ascolto nel mio tempo libero sono la fusion e il jazz – sono un appassionato dei Weather Report, o meglio, dell'epoca di Jaco Pastorius e Joe Zawinul. Come si esprime questa passione nel tuo lavoro? Si sente dal prodotto finale. Nella maggior parte dei casi, le mie tracce hanno un'anima soul, cioè una fusione tra il funk, il rock e il jazz tradizionale. Quando inizi a lavorare a un nuovo progetto di musica elettronica, da dove parti? Da un concetto introspettivo. Può capitare che un giorno senta un po' di tristezza, un altro gioia o romanticismo. Partendo dallo stato d'animo, cerco di immaginare come suonerebbe una persona che si sente come me in quel momento, e di tradurre quella sensazione nella melodia. Chi ti segue avrà sicuramente notato quanto sei prolifico: il tuo repertorio conta oltre 4000 brani, remix inclusi. Come riesci a mantenere un ritmo creativo così intenso? Se sei un artista – e basta – stai lì ad aspettare l'ispirazione. Non appena arriva, produci. Se invece sei un professionista, sai che non puoi fare l'artista affidandoti al caso – anzi, sarebbe molto rischioso. Mi spieghi meglio? Quando ero giovane lavoravo in fabbrica e facevo l'artista nel mio tempo "LE PAROLE SONO LIMITATE, LA MUSICA NON LO È" Intervista di: Luca D'Alessandro libero. Se arrivava l'ispirazione, bene; altrimenti spegnevo il computer. Da quando sono diventato un professionista e devo pagare le bollette con il mio lavoro, ho dovuto accettare qualche compromesso. Direi che metà di quello che faccio nasce dall'ispirazione e dallo stato d'animo. Mentre l'altra metà tiene conto anche delle attese del pubblico. Chi ti segue si aspetterà un certo tipo di prodotto. Sì, con determinate caratteristiche. In qualche modo devo soddisfare questa richiesta. Per questo, i miei brani nascono da un attento e scrupoloso settaggio delle attrezzature e degli strumenti che ormai conosco bene e che mi danno un immediato risultato. In questo modo, grazie anche a tanti anni di esperienza, il mio lavoro procede più velocemente. E nel contempo, resto fedele all'identità del mio prodotto. È una vera e propria strategia di branding. Si tratta proprio di questo. Il mio modo di fare musica, riconosciuto da un determinato pubblico, diventa un marchio legato al mio nome d'arte ... A colloquio con Alessandro Pasquazzi, musicista e produttore, in arte Jago Alejandro Pascua e Alex Raider I suoi brani portano titoli come Tobago, Satisfaction o Before The Sun Will Rise. Sono più di 4000 e suggeriscono mondi leggeri, evocativi e introspettivi. Alessandro Pasquazzi, in arte Jago Alejandro Pascua e Alex Raider, si muove tra ambient, lounge, house e techno, con accenni jazzistici, riuscendo a raggiungere un pubblico molto ampio. Per il produttore romano la musica non è soltanto produzione e marketing: è anche un viaggio alla scoperta di qualcosa che va oltre la percezione. La Rivista · Luglio - Settembre 2026 72
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