La Rivista LUGLIO-SETTEMBRE 2026

La Rivista Elvetiche La diversificazione A tutto ciò occorre aggiungere un altro tra gli elementi principali che contribuiscono alla buona resilienza economica della Svizzera, quello della diversificazione. Si tratta per la precisione di una doppia diversificazione: delle attività e dei mercati di sbocco. Pur essendo un Paese di dimensioni non grandi, la Confederazione ha attività economiche molto articolate, ampie e diversificate appunto. La Svizzera non è presente solo in alcuni settori, è presente in molti settori, differenti tra loro. Nell’economia elvetica c’è una gamma ampia, fatta di industria, commerci, finanza. E la regola della diversificazione vale anche per i mercati verso cui si esporta e da cui si importa. L’Unione europea resta il partner commerciale principale della Svizzera, ma nel tempo è cresciuto non poco anche il peso delle altre aree economiche, in particolare del Nord America e dell’Asia. Al di là delle oscillazioni legate alle diverse fasi economiche e alla più o meno accentuata forza del franco, le esportazioni elvetiche viaggiano da lungo tempo a livelli elevati. Il surplus commerciale della Svizzera, dato da un export superiore all’import, naturalmente varia nella cifra a seconda delle situazioni, ma c’è ed è diventato in sostanza un fatto strutturale. Si dice sempre che la Svizzera non è un’isola, che dunque anche qui non tutto può andare bene. Anche alle latitudini elvetiche ci sono problemi e sfide, ciò è vero e ovvio al tempo stesso. Ma dati e fatti mostrano, in particolare in una fase molto complicata come l’attuale, che alcuni elementi chiave del Paese continuano a funzionare. elvetiche, che diventano più care, ma accentua il vantaggio per le importazioni, che diventano meno care. E un import meno caro è un contributo importante al contenimento dell’inflazione. Di qui l’azione della BNS, che da un lato cerca di frenare il franco (con tassi molto bassi e acquisti di valute estere) per favorire l’export, e dall’altro cerca di non disperdere il vantaggio sull’import (in questo favorita dagli investitori che richiedono il franco come porto sicuro e lo mantengono forte). La BNS non sempre riesce a frenare il franco, ma nonostante la forza di questo l’export svizzero ha saputo nel complesso difendersi, puntando in gran parte su beni e servizi di qualità. Il debito basso Un altro elemento chiave è il rigore elvetico nei conti pubblici. Secondo le previsioni della primavera scorsa del Fondo monetario internazionale (FMI), la Svizzera avrà quest’anno un rapporto debito pubblico/PIL pari al 38,5%. Il Giappone è previsto al 204,4%, gli Stati Uniti al 125,8%, la Cina al 106,9%, il Regno Unito al 103,6%, l’Eurozona all’87,8% (con l’Italia al 138,8%, la Francia al 118,4%, la Germania al 64,6%). Per la Svizzera l’FMI prevede anche un avanzo (entrate pubbliche superiori alle uscite pubbliche) pari allo 0,2% del PIL; prevede invece al contrario un deficit pubblico (uscite superiori alle entrate) del 7,5% per gli Stati Uniti, del 3,9% per il Regno Unito, del 3,3% per l’Eurozona. I deficit vanno chiaramente ad aggravare i debiti. Tenere a livelli bassi il debito pubblico significa agire sulla base di un maggior equilibrio, o minor disequilibrio, tra uscite ed entrate pubbliche. Quando il debito rimane a lungo a livelli elevati, si verifica in sostanza una destinazione impropria di risorse economiche, perché le somme ingenti che vanno a coprire gli interessi da pagare non possono essere indirizzate direttamente verso la crescita economica, come potrebbe e dovrebbe essere. Nel lungo termine un indebitamento basso, con oneri contenuti, non frena la crescita economica, al contrario la favorisce rendendola più solida nel tempo, come il caso della Svizzera conferma. La forte crescita del PIL nel secondo trimestre 2021 è riconducibile per quasi la metà all’industria chimico-farmaceutica La Rivista · Luglio - Settembre 2026 11

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