«I suoi figli parlano il ceco?». «No… non proprio…», mi ha risposto con un certo imbarazzo. E poi ha aggiunto, quasi scusandosi. «Per la verità il figlio grande un po’ capisce la mia lingua perché all’inizio ho provato a parlarla con lui, mentre la figlia piccola conosce solo poche parole e con i parenti in Cechia parla in inglese». «E perché non ha insistito con la sua lingua?». «Perché mio marito non ha voluto. Quando parlavo la mia lingua con il bambino lui si sentiva escluso, pensava che parlassi male di lui… non so. E lui si è sempre rifiutato di apprendere qualche parola di ceco, visto che mi ha sempre parlato in italiano e per il lavoro gli basta l’inglese imparato a scuola». Di storie così ne ho sentite tante in questi anni. Penso, per esempio, ai matrimoni misti tra italiane e svizzero-tedeschi nei quali la nostra lingua era percepita come un elemento divisivo e quindi da eliminare nella comunicazione quotidiana in famiglia. Ecco, lo stesso è successo anche alla signora ceca, visto che la sua lingua è stata emarginata perché ritenuta “difficile” o “inutile” dal marito. Discriminazione linguistica e assimilazione Nei Paesi dove c’è stata una grande immigrazione straniera, come per esempio la Svizzera tedesca o la Germania, in passato non c’erano molti problemi a discriminare le lingue e le culture “aliene” sia a livello privato che pubblico. Si dava per scontato, infatti, che gli immigrati dovessero imparare e usare esclusivamente la lingua locale. Inoltre, ai genitori stranieri si raccomandava, con una certa enfasi minacciosa, di parlare solo il tedesco con i propri figli, altrimenti per loro ci sarebbero stati problemi a scuola e nel lavoro. L’integrazione nel Paese ospitante passava, dunque. prevalentemente attraverso l’abbandono totale della lingua e cultura di origine a favore di un’assimilazione più di facciata che reale. Il risultato più eclatante di queste politiche poco lungimiranti e fortemente nazionalistiche, anche in un Paese ufficialmente plurilingue come la Svizzera, è che oggi, tra i miei studenti, ci sono tante persone di origine o di nazionalità italiana desiderose di (ri)scoprire, in età adulta, una parte della propria identità culturale negata durante l’infanzia. Certo, non è mai troppo tardi per fare questo, ma a una certa età è sicuramente più faticoso e costoso. In quasi tutte le storie di negazione linguistica in famiglia ho notato la presenza di alcuni fattori che hanno determinato in modo decisivo certe scelte. Per esempio, nelle coppie miste con uomini poco disponibili ad accettare le lingue delle donne, difficilmente si sono sviluppate situazioni naturali di plurilinguismo tra i figli. Sul motivo che spinge gli uomini a certi atteggiamenti di chiusura si potrebbe scrivere un trattato psico-linguistico a parte. Io credo, comunque, che insicurezza emotiva, pigrizia mentale e scarsa empatia abbiano giocato un ruolo importante in questo senso. Le donne che cedono alle imposizioni, più o meno velate, di certi uomini sono purtroppo ancora molte, troppe. Spesso lo fanno per semplice quieto vivere, cioè per non avere ulteriori problemi con i loro compagni e con il contesto sociale in cui vivono. Il grado di istruzione e l’ autostima di queste donne possono comunque aiutarle a fare scelte differenti. Una donna consapevole di sé, infatti, La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 56
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