La Rivista La Lingua batte dove... La lingua della madre Il caso ha voluto che mi trovassi in Italia durante La giornata internazionale della lingua madre (21 febbraio) ospite di una piccola struttura alberghiera a conduzione familiare. Durante la mia permanenza la padrona di casa si è dimostrata molto loquace anche se parlava una lingua, l’italiano, che non era la sua. Il suo accento, infatti, denotava leggere tonalità slave mescolate a quelle cantilenanti tipicamente locali. Questo fenomeno si riscontra spesso negli immigrati che cercano di integrarsi velocemente nei luoghi di adozione, imitando inconsciamente l’intonazione degli autoctoni, ancor prima di imparare le strutture grammaticali e lessicali delle loro lingue. Si sentiva che la signora era abituata a intrattenere i clienti italofoni con grande padronanza linguistica. In alcuni casi usava perfino dei termini dialettali. Ogni tanto, comunque, si dimenticava qualche articolo determinativo, come è normale in molte lingue slave. Niente di grave! “Se potessi essere io così bravo con la sua lingua, come lei lo è con la mia”, ho pensato mentre parlava. «Lei di dov’è?», le ho chiesto, a un certo punto, incuriosito. «Sono della Repubblica Ceca, di una cittadina non lontana da Praga». «E da quando tempo vive in Italia?». «Dal 2004, l’anno in cui mi sono sposata con il mio attuale marito». A quel punto si è aperta una diga emotiva. Non so perché, ma quella donna aveva deciso di fidarsi di me. E così mi ha raccontato che nel suo Paese aveva iniziato a studiare all’università lo spagnolo, per piacere, e l’inglese, per motivi professionali. Il tedesco, invece, lo aveva studiato al liceo. Era portata per le lingue straniere. Conosceva anche lo slovacco e aveva una certa dimestichezza con il polacco. Non amava, invece, il russo, una lingua scolastica obbligatoria ai tempi del comunismo. La lingua come elemento divisivo In Italia era arrivata a causa di una sua amica che seguiva il programma Erasmus all’università di Venezia. Con lei doveva passare due settimane di vacanza che si sono trasformate in mesi e poi in anni a causa del moroso italiano, conosciuto in quei giorni, diventato in seguito suo marito e padre dei suoi due figli. Sorrideva, ma non mi sembrava molto convinta. Mi colpì in particolare l’uso frequente dell’avverbio purtroppo. Gli inizi non sono stati per niente facili per lei a causa della nuova lingua che doveva imparare velocemente, spesso da sola e con dei bambini piccoli da accudire. L’idea di aprire una struttura alberghiera è stata del marito. di Raffaele De Rosa La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 55
RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ1NjI=