La Rivista

so non solo il fascismo, che quella guerra aveva voluto, ma lo stesso re Vittorio Emanuele III di Savoia, che non si era saputo o voluto opporre alle mire espansionistiche del Duce dittatore. Mettere sotto accusa il Re comportava, di conseguenza, mettere in discussione lo stesso istituto monarchico. Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, al termine di una drammatica seduta approvò a maggioranza un ordine del giorno con il quale chiese il ripristino dello Statuto (quello Albertino del 1848 adattato poi a legge fondamentale del Regno d’Italia) e delle libertà costituzionali ed, implicitamente, la fine del regime fascista. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il Re convocò il Duce nella sua residenza privata di Villa Savoia e lo fece arrestare. L’incarico di costituire un nuovo governo fu affidato dal sovrano al generale e maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, che decise di concludere un armistizio con gli angloamericani, che avevano già invaso la Sicilia, firmato a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre1943. Il 9 gennaio 1944 in un congresso dei partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), tenutosi a Bari, vennero concordati tempi e modi per far decidere liberamente il popolo sull’ordinamento dell’Italia postbellica. In quell’occasione venne anche richiesta l’abdicazione del Sovrano, ritenuto responsabile delle sciagure del Paese, ritenuta la premessa necessaria per il ritorno alla vita democratica e all’ingresso dei rappresentanti dei partiti nel governo. Vittorio Emanuele III rifiutò quella richiesta. Una proposta del leader comunista Palmiro Togliatti, con la quale si proponeva di rimandare ogni decisione sul futuro assetto istituzionale a dopo la liberazione di Roma, aprì, poi, la strada al compromesso. Il 12 aprile 1944 si giunse così ad un accordo con il quale Vittorio Emanuele III si impegnava a nominare, al momento della liberazione di Roma, il figlio Umberto Luogotenente generale del Regno ed a rimettere la questione istituzionale sull’ordinamento monarchico o repubblicano ad un Referendum popolare, da tenersi al termine della guerra. La “Svolta di Salerno” Il 22 aprile 1944 venne allora costituito a Salerno il secondo governo Badoglio, di stretta unità nazionale detto dei sei partiti. In quei drammatici frangenti, con la parte meridionale del Paese occupata dagli angloamericani e quella centro-settentrionale non ancora liberata, quello di Badoglio fu l’unico governo legittimo dell’Italia e costituiva il primo passo per ritornare alla democrazia. Esso si opponeva, infatti, a quello della Repubblica Sociale Italiana (RSI), con sede a Salò, proclamata da Mussolini, liberato dai tedeschi il 23 settembre 1943, che era uno Stato fantoccio, con l'obiettivo di continuare la guerra a fianco di Hitler e reprimere la Resistenza antifascista. Il primo governo Badoglio, durato circa 9 mesi, aveva, dunque, segnato il cambio di campo dell’Italia, che passava dall'alleanza con la Germania nazista a quella con gli angloamericani, causò confusione e sgomento. Questo governo si contraddistinse, infatti, per aver preso decisioni che non era in grado di attuare, come quelle di smantellare le strutture fasciste, sciogliere il Partito Nazionale Fascista (PNF), sganciare l’Italia dalla Germania, proclamare di Roma città aperta, decisione ignorata dagli occupanti tedeschi, applicare l’armistizio di Cassibile. Tutte ambiguità, che costrinsero il Governo e lo stesso Re alla fuga verso Brindisi, già liberata. La cosiddetta Svolta di Salerno aveva permesso, dunque, di costituire il Quasi tutte le città erano state pesantemente bombardate dalle forze angloamericane. Messina, Cagliari, Foggia, Genova, Bologna, Torino (nella foto), Milano e tante altre città ancora avevano subito gravissimi danni. Rimini, la città maggiormente colpita, contava l’80% di case ed edifici abbattuti La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 39

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