La Rivista Il Belpaese derla magnetica. Milano, ogni volta che mi tocca di venire / Mi prendi allo stomaco, mi fai morire. In una società che misura gli individui sulla capacità di stare al passo, la città offre il palcoscenico ideale: duro, competitivo, spesso sfiancante, ma pieno di possibilità – anche se non sempre reali e quasi mai all’altezza delle attese. È sera. Torniamo verso il centro. I flussi non si interrompono, i tram e i vagoni della metro sono pieni. Si ha la sensazione che Milano non riposi mai davvero. Si concede pause, semmai, ma non sospensioni. Il suo paesaggio naturale non è il silenzio, è il ritmo. E forse è proprio questo che la distingue da tante altre città italiane: Milano non ha bisogno di raccontarsi come eterna, armoniosa o compiuta. Le basta esistere: come cantiere permanente, come sistema nervoso, come dispositivo che ricomincia a muoversi a pieni giri ogni mattina. In fondo il segreto di Milano è qui, in questa sua ostinazione operosa. Nella capacità di non coincidere mai del tutto con una sola immagine, di tenere insieme chiese e coworking, cortili e pareti in vetro, quartieri popolari delle periferie e rendite di lusso, librerie indipendenti e flagship store, memoria industriale e marketing urbano. Una città piena di contraddizioni, certo, e sempre più esposta al rischio di consumare la propria vivibilità nel nome della crescita. Ma anche una città che continua a produrre forme, idee, attriti, linguaggi, esperienze. Spesso di dimensioni abnormi: da Expo alle Olimpiadi invernali. Un succedersi continuo di occasioni da attraversare e da cui farsi pervadere. Per poi – ma solo dopo, ripensandoci - accorgersi che è proprio nel continuo ricominciare di Milano che si cela, forse, la sua forma più autentica di bellezza. I Navigli sono uno dei suoi scenari più riconoscibili, e in qualche misura più esportabili: la città dell’aperitivo, della socialità urbana, delle biciclette appoggiate ai parapetti, dei tavolini sul bordo dell’acqua Milano di più: a seconda di dove ci si trova, a seconda della vista in cui ci si specchia, sembra di essere in una città diversa. Lo si percepisce anche nell’arancione e nel verde dei tram che scorrono lungo le vie, come una memoria ostinata di una città che non c’è più: la Milano operosa e discreta del Novecento, quella dei quartieri borghesi e delle fabbriche, delle redazioni dei giornali e delle botteghe di antica gestione familiare La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 37
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