La Rivista

le. Porta Genova, il canale, i ponti, le case basse, il pavé, i locali che si riempiono nel tardo pomeriggio e restano affollati fino a notte: qui Milano sembra concedersi una tregua, quasi una parentesi di leggerezza. Da anni i Navigli sono uno dei suoi scenari più riconoscibili, e in qualche misura più esportabili: la città dell’aperitivo, della socialità urbana, delle biciclette appoggiate ai parapetti, dei tavolini sul bordo dell’acqua. È un’immagine che ha funzionato benissimo e che continua ad attirare visitatori, nuovi residenti, investitori. Ma anche qui la cartolina va guardata meglio. Sotto la superficie piacevole del quartiere si leggono gli stessi processi che altrove: pressione turistica, sostituzione commerciale, crescita dei costi, progressiva trasformazione del tessuto abitativo. La vitalità è reale, ma non è priva di effetti collaterali. Memoria industriale e marketing urbano Eppure ridurre Milano alla sola logica della gentrificazione o della performance economica sarebbe ingeneroso. La città continua a possedere anche una forma di concretezza civile che si legge nei suoi servizi, nella rete dei trasporti, nella forza delle istituzioni culturali, nella tenuta di alcuni quartieri meno esibiti. Basta allontanarsi dai percorsi più battuti per incontrare un’altra Milano: quella delle biblioteche di zona, dei mercati rionali, delle case di ringhiera ancora abitate, delle scuole, dei piccoli teatri, delle associazioni, dei centri sportivi, delle trattorie che resistono lontano dai radar del lifestyle urbano. È forse in questa dimensione media, in questa città meno fotografata e meno raccontata, che sopravvive una parte decisiva del suo carattere. C’è poi il rapporto con il lavoro, che a Milano rimane la vera chiave interpretativa di quasi tutto. Una città di banche, editoria, moda, fiere, design, università, studi professionali, comunicazione, ospedali, start up, grandi imprese e lavori intermittenti. Una città che da decenni attira chi cerca occasioni e che, proprio per questo, si è trasformata nel luogo in cui si intrecciano ambizioni e ansie, sogni e fragilità, energia e stanchezza. Milano non promette felicità; promette movimento. E per molti questa promessa sembra bastare, anche se a denti stretti. Anzi, è forse proprio ciò che continua a renIl Bosco Verticale, ormai immagine simbolo della nuova Milano, è in questo senso un perfetto condensato ideologico: sostenibilità, design, lusso, internazionalità, innovazione Piazza Gae Aulenti, con le sue fontane e le sue superfici lucide, è uno spazio che sembra pensato per essere insieme luogo di passaggio, vetrina urbana e sfondo fotografico La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 36

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