La Rivista

La Rivista Il Belpaese stria culturale e il prestigio urbano imparavano a convivere. Ancora oggi, nella Galleria, questa vocazione si avverte. C’è chi la attraversa come una scorciatoia, chi la vive come un salotto, chi la fotografa come un monumento. Nessuna contraddizione: l’anima di Milano è poliedrica. Fascino trasformazione e contraddizioni Basta però deviare di poche strade per cambiare atmosfera. A Brera la città rallenta, o almeno sembra farlo. Le vie si stringono, i tavolini occupano gli angoli delle piazze, le facciate assumono colori più morbidi. L’impressione è quella di una Milano che si lascia finalmente guardare. È uno dei quartieri in cui la città ha costruito la propria immagine culturale più riconoscibile, fra l’Accademia d’arte, la Pinacoteca, le librerie, le gallerie, i ristoranti, gli atelier. La bohème è scomparsa, ma la sua ombra persistente aleggia ancora, ormai divenuta patrimonio urbano. Come sulle pareti di certi vecchi bar coperte ancora dai quadri con cui i pittori più squattrinati si pagavano i pasti. Ma anche qui, accanto al fascino, si avverte la trasformazione. A Brera, come ormai in quasi tutto il centro e oltre, si leggono chiaramente gli effetti della valorizzazione immobiliare, della pressione turistica, della progressiva omologazione commerciale che investe tanti centri storici europei. I negozi “di una volta” pian piano scompaiono, i negozi di catena si moltiplicano, l’identità lascia il posto allo stile. E tuttavia, passeggiando nelle ore meno affollate, il quartiere conserva ancora il privilegio raro di una sua atmosfera propria. Milano, del resto, è una città che cambia continuando a somigliare a se stessa. È evidente se ci si sposta verso Porta Garibaldi e poi a Porta Nuova, dove negli ultimi anni si è concentrata la trasformazione urbanistica più vistosa. Qui il vecchio paesaggio ferroviario e industriale è stato sostituito da torri di vetro, piazze sopraelevate, passerelle, uffici direzionali, residenze di alta gamma, sperimentazioni verdi. Il Bosco Verticale, ormai immagine simbolo della nuova Milano, è in questo senso un perfetto condensato ideologico: sostenibilità, design, lusso, internazionalità, innovazione. Piazza Gae Aulenti, con le sue fontane e le sue superfici lucide, è uno spazio che sembra pensato per essere insieme luogo di passaggio, vetrina urbana e sfondo fotografico. Eppure sarebbe troppo semplice liquidare tutto questo come pura operazione di immagine. Porta Nuova racconta anche un tratto autentico della città: la sua capacità di reinventarsi, di metabolizzare il proprio passato produttivo e di trasformarlo in valore simbolico ed economico. Sotto questa pelle nuova, però, si avvertono anche le contraddizioni di una città sempre più difficile da abitare per chi non possiede redditi elevati. Milano cresce, attira investimenti, concentra opportunità, produce ricchezza, ma lo fa al prezzo di una selezione sempre più dura. Gli affitti salgono, gli appartamenti diventano strumenti di reddito breve, gli studenti e i lavoratori giovani fanno fatica a trovare una misura sostenibile. La città del dinamismo e del merito, della produttività e dell’innovazione, mostra il suo volto più crudo proprio nel momento in cui sembra presentarsi come una promessa di possibilità. È una tensione che attraversa tutto il tessuto urbano: fra apertura ed esclusione, efficienza e disuguaglianza, attrattività e fatica quotidiana. A sud, verso i Navigli, il racconto della città assume un tono più morbido e apparentemente più conviviaA Brera la città rallenta, o almeno sembra farlo. Le vie si stringono, le facciate assumono colori più morbidi. L’impressione è quella di una Milano che si lascia finalmente guardare La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 35

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