La Rivista Geopolitiche Iran e il mondo arabo: una storia da raccontare di Anna Illing Nel dibattito politico e accademico contemporaneo, il ruolo dell’Iran in Medio Oriente è frequentemente interpretato attraverso una prospettiva securitaria che lo descrive come un attore intrinsecamente destabilizzante e responsabile di una crescente polarizzazione regionale. Tale rappresentazione, pur radicata in dinamiche reali di competizione geopolitica, tende tuttavia a semplificare processi storici complessi, privilegiando spiegazioni fondate su fattori ideologici o confessionali e trascurando l’evoluzione delle relazioni regionali e le condizioni strategiche entro cui la politica estera iraniana si è sviluppata. L’Asse della Resistenza Il termine “Asse della Resistenza” entrò nel dibattito geopolitico nel 2002, quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush definì Iran, Iraq e Corea del Nord un “asse del male”. Il quotidiano libico Al-Zahf Al-Akhdar rispose sostenendo che l’unico denominatore comune tra questi paesi fosse la loro resistenza all’egemonia statunitense. Tuttavia, la rappresentazione dell’Iran come attore belligerante, pericoloso e persino terroristico precede di decenni questo episodio ed è radicata nella narrativa secondo cui Teheran costituirebbe una minaccia alla stabilità e alla sicurezza regionale, in particolare per il suo sostegno ad attori non statali e per il tentativo di costruire una rete di influenza transnazionale. Una lettura storica più attenta mostra però come la politica regionale iraniana sia il risultato di adattamenti progressivi a un contesto in continua trasformazione. Comprendere tale evoluzione richiede di ripercorrere le principali fasi delle relazioni tra Iran e mondo arabo a partire dalla Rivoluzione islamica del 1979. Dopo la rivoluzione, l’obiettivo principale dell’Iran fu quello di sviluppare una politica estera alternativa che favorisse il paese come principale potenza regionale e che fosse, come recitava l’articolo 3.16 della Costituzione iraniana dell’epoca, “basata su criteri islamici, impegno fraterno verso tutti i musulmani e supporto illimitato per i popoli impoveriti del mondo”. Al centro di questa visione vi era il rifiuto sia delle alleanze occidentali sia di quelle del blocco comunista, nonché l’intento di esportare la rivoluzione. In questo contesto, la Siria guidata da Hafez al-Assad rappresentò forse il caso di maggior successo della politica iraniana. Già prima della rivoluzione, la dinastia Assad aveva fornito protezione diplomatica a figure chiave del movimento rivoluzionario, tra cui Khomeini, e fu il primo paese arabo a riconoscere il nuovo governo iraniano. L’intesa tra i due paesi si basava su una convergenza di interessi, tra cui il sostegno alla causa palestinese e posizioni comuni nei confronti dei vicini regionali, in particolare l’Iraq di Saddam Hussein. Parallelamente, il Libano, già destabilizzato dalla guerra civile iniziata nel 1975 e aggravata dall’intervento di attori internazionali, divenne uno spazio centrale della proiezione iraniana. Da un lato, l’Iran sostenne Hezbollah; dall’altro, l’Arabia Saudita appoggiava l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Israele e diversi movimenti sunniti, cristiani e maroniti. I rapporti tra Iran e Arabia Saudita si deteriorarono rapidamente: Khomeini accusò il regno saudita di essere “corrotto e indegno di essere custode della Mecca e Medina”, mentre il sovrano saudita descrisse l’Iran come un paese di “ipocriti e impostori che usano l’Islam per destabilizzare altri stati”. Sebbene la dimensione religiosa fosse rilevante, la rivalità non può essere spiegata esclusivamente in La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 15
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