situazione appare ulteriormente peggiorata, sia sul fronte energetico che su quello del conflitto, nonostante il presidente americano Donald Trump stia cercando, pur nella contraddittorietà delle sue affermazioni, di smorzare i toni, definendo l’intervento in Iran una semplice “incursione che sta volgendo al termine” – ha assicurato. Il nodo critico è, in primo luogo, il blocco imposto dall’Iran alla circolazione delle navi mercantili contenenti greggio nello Stretto di Hormuz – dove si stima transiti un quinto del petrolio mondiale, - blocco per contrastare il quale Trump ha chiesto aiuto alla NATO, spiegando in un’intervista al Financial Times che “è giusto che chi trae vantaggio dello Stretto contribuisca a garantire che lì non accada nulla di male”. Affermazione da cui ha immediatamente preso le distanze la Germania, con il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius che ha chiarito come la guerra in Iran nulla abbia a che vedere con la NATO. La Germania – ha assicurato Kornelius – non ha alcuna intenzione di prendere parte al conflitto né di associarsi ad alcun possibile intervento che includa l’utilizzo di mezzi militari per mantenere aperto lo Stretto. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer, pur aprendo ad un piano collettivo fattibile per riaprire la circolazione nell’area e garantire la stabilità del mercato petrolifero, ha reagito alle parole di Trump sottolineando come il Regno Unito non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in guerra. E ad escludere un possibile intervento della NATO è stata anche l’alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Kaja Kallas, che ha ricordato come non ci siano paesi aderenti all’Alleanza Atlantica nello Stretto di Hormuz. A deteriorare una situazione già precaria è stato tuttavia, proprio a ridosso dei lavori del Consiglio europeo, l’attacco iraniano all’impianto di gas naturale di Ras Laffran, in Qatar, in risposta a quello messo in atto da Israele al giacimento iraniano offshore di South Pars. Un impianto strategico e molto importante, il cui danneggiamento ha ridotto del 17% la capacità di esportazione di gas del Qatar e per cui potrebbero essere necessari 5 anni di tempo per tornare a regime. L’impossibilità di trovare una posizione comune Per questo, nell’impossibilità di trovare una posizione comune come Consiglio europeo, i leader di Francia, Germania e Italia, insieme a quelli di Regno Unito e Giappone, hanno siglato il 19 marzo una dichiarazione congiunta sullo Stretto di Hormuz che condanna “con la massima fermezza” gli attacchi dell’Iran alle navi mercantili disarmate nel Golfo, alle infrastrutture civili, compresi gli impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto da parte delle forze iraniane. Nella nota si esprime “profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto” e per le conseguenze di quest’ultimo sulle persone, in ogni parte del mondo, specialmente quelle più vulnerabili, e si chiede “una moratoria immediata e totale sugli attacchi alle infrastrutture civili”, sottolineando che “l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”. Si dichiara infine la disponibilità “a contribuire agli sforzi opportuni per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto” esortando “tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a difendere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionale”. Più che di un vero programma di intervento sulla crisi iraniana, si tratta in definitiva di una presa di posizione che esclude però interventi militari – come ribadito anche dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto - per sollecitare una tregua e un’iniziativa multilaterale sotto l’egida dell’Onu. Anche l’alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha escluso un possibile intervento della NATO La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 13
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