Gennaio-Marzo 2026 n. 01 - Anno 117 Pag 89-96 Il Mondo in Camera
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Giangi Cretti Direttore gcretti@ccis.ch La Rivista Editoriale semplificate che mettono in discussione la rappresentanza e l’equilibrio dei poteri, evidenziando al contempo la necessità di rigenerare il tessuto politico e sociale attraverso partecipazione, dialogo e ascolto, senza ricorrere a soluzioni autoritarie. “Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, celebrava gli ottant’anni della Repubblica italiana, invitando tutti i cittadini a una strenua difesa dei valori conquistati nel tempo, sottolineando l’importanza della partecipazione individuale: «La Repubblica siamo noi. Nessun bene è mai acquisito definitivamente». Rivolgendosi soprattutto ai giovani, il Presidente li esorta a non accettare passivamente le etichette di disillusione, ma a essere protagonisti del proprio futuro, comprendendo che la democrazia richiede continuità, partecipazione e coesione civile. Un appello alla responsabilità personale, paragonabile a quella della generazione che, ottant’anni fa, gettò le basi dell’Italia moderna. Mattarella ripercorre le conquiste fondamentali della Repubblica: il voto alle donne, la riforma agraria, lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, il sistema previdenziale esteso a tutti, il servizio pubblico radiotelevisivo. Questi traguardi, sottolinea, vanno preservati in un contesto in continuo cambiamento, in cui permangono le contraddizioni del presente: la piena parità di genere è ancora in divenire, le giovani coppie faticano a trovare casa, vecchie e nuove povertà persistono, mentre corruzione, evasione fiscale e crimini ambientali minano il bene collettivo. Nel messaggio non nasconde le ombre della storia, dalla lotta al terrorismo alla mafia, con citazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come esempio di come le istituzioni abbiano saputo resistere e affermare lo Stato. Ogni pagina buia della storia diventa così un invito a combattere per un futuro migliore: «Di fronte all’interrogativo “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza». Il discorso comprende anche un messaggio alla politica, (ogni riferimento all’attualità è tutt’altro che casuale): l’importanza di costruire riforme condivise, come avvenne con i costituenti che di mattina discutevano e di pomeriggio componevano i tasselli della Costituzione, «ispirazione e guida del Paese per decenni». Sul piano internazionale, Mattarella richiama la gravità dei conflitti contemporanei. La guerra in Ucraina, la tragedia di Gaza, (l’Iran alla fine del ‘25 non era ancora stato attaccato) il rifiuto della pace da parte di chi «si sente più forte» sono denunciati come incomprensibili e ripugnanti. La pace, afferma, è un principio di convivenza rispettosa, «senza pretendere di imporre la propria volontà». Nel messaggio del Presidente si riconoscono i tratti di un racconto identitario. L’Italia, da società povera e con bassi livelli di istruzione, è diventata un Paese di successo globale, forte nella manifattura, nell’arte, nella creatività e nella diplomazia internazionale. La Repubblica, definita come un «grande mosaico», è frutto della coesione sociale e della responsabilità dei cittadini. Tra luci e ombre, tra conquiste e sfide ancora aperte, Mattarella ribadisce che la Repubblica è responsabilità collettiva, e, quasi riecheggiando, non sembri irriverente, i versi di una canzone di De Gregori, che: “la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”. È una data cruciale nella storia italiana. Il 2 giugno 1946 segna una svolta fondamentale: il referendum istituzionale sancisce la nascita della Repubblica, con la partecipazione straordinaria di oltre il 95% degli aventi diritto. Per la prima volta votarono anche le donne, una tappa questa che rappresenta l’inizio di un percorso, non il suo compimento. Contestualmente viene eletta l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri rappresentativi delle principali forze politiche dell’epoca, incaricata di redigere la Carta fondamentale dello Stato. In poco più di un anno, attraverso un sistema articolato di commissioni, approverà la Costituzione italiana il 22 dicembre 1947, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. I principi ispiratori – libertà, giustizia sociale, dignità della persona – derivano dall’esperienza della Resistenza al nazifascismo e dalla volontà di costruire uno Stato inclusivo e democratico, fondato sulla rappresentanza parlamentare. L’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana rappresenta un’occasione straordinaria di riflessione civile, in cui la memoria storica si intreccia con le sfide contemporanee. Questa ricorrenza non celebra semplicemente il passato: è un invito concreto a cittadini e istituzioni a interrogarsi sul senso della democrazia oggi, sul valore della partecipazione e sulla responsabilità condivisa nel garantire il progresso civile e sociale. Nel contesto attuale, le democrazie sono messe alla prova da fenomeni di populismo, sovranismo e narrazioni
SOMMARIO 48 1 Editoriale 5 Italiche Denatalità e invecchiamento 9 Elvetiche La capacità di tenuta del sistema Svizzera 12 Europee Attacco all’Iran e crisi energetica 15 Geopolitiche Iran e il mondo arabo: una storia da raccontare 18 Novità in Gazzetta Ufficiale 21 Angolo Legale Titolari effettivi alla prova della trasparenza 25 Comunicazione interculturale d’impresa Dalla serendipità alla strategia 30 Più immigrati, più disoccupati – come è possibile? 33 Il bel Paese: Milano vicino all’Europa In Copertina "La ragazza del 1946": Anna Iberti, milanese di 24 anni, il cui volto sorridente divenne un'icona della nascita della Repubblica Italiana dopo il referendum del 2 giugno 1946, grazie a una celebre foto scattata da Federico Patellani, simbolo di speranza e rinascita per l'Italia post-bellica 59 In mostra alla Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini Roma fino al 14 giugno 2026 Bernini e i Barberini l Barocco a Roma 38 Primo piano 1946-2026: la Repubblica Italiana compie 80 anni Una conquista che (nonostante tutto) ci permette di guardare al futuro con fiducia 44 Elefante invisibile La vitale (ma ingrata?) arte della prevenzione 52 La lingua batte dove… La lingua della madre 62 Visioni del Tempo L'ingegnere aerospaziale dell'Illuminismo Ferdinand Berthoud, il problema della longitudine e la nascita della cronometria marina 70 Tele-visioni Il dibattito sul servizio pubblico dei media in Svizzera ccis.ch/la-rivista Al Baur au lac di Zurigo la consegna del Premio I Numeri UNO 2026 - Storie di straordinaria quotidianità La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 2
Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio, Venezia fino al 5 luglio 2026 HORST P. HORST. LA GEOMETRIA DELLA GRAZIA 66 Editore - Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Direttore - Giangi CRETTI Art Director - Marco DE STEFANO Collaboratori C. BIANCHI PORRO, V. CESARI LUSSO, M. CIPOLLONE, D. COSENTINO, L. D’ALESSANDRO, R. DE ROSA, N.FIGUNDIO, G.SORGE, M. FORMENTI, P. FUSO, T. GAUDIMONTE, T. GATANI, R. LETTIERI, F.MACRÌ, P.MEINERI, V. PANSA, N.TANZI, L.TERLIZZI Redazione Camera di Commercio Italiana per la Svizzera Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. +41(0)44 289 23 23 www.ccis.ch /la-rivista larivista@ccis.ch Pubblicità Marco DE STEFANO Dolderstrasse 62 - 8032 Zurigo Tel. 0041(0)44 2892319 E-mail: mdestefano@ccis.ch Abbonamento annuo Chf. 40.- Estero: 50 euro Gratuito per i soci CCIS Le opinioni espresse negli articoli non impegnano la CCIS. La riproduzione degli articoli è consentita con la citazione della fonte. Periodico iscritto all’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Aderente alla FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero) Appare 4 volte l’anno. Stampa e confezione Nastro & Nastro srl 21010 Germignaga (Va) - Italy Tel. +39 0332 531463 www.nastroenastro.it 72 Note Italiane 74 Intervista con Veronica Fusaro "Rappresento la Svizzera, ma sul palco porto anche un po' di italianità” 76 PrimANTEPRIMA DI TOSCANA 2026 Presente e futuro del vino: La Toscana in un mondo che cambia, velocemente 78 “Montepulciano d’ogni vino è il re” I 400 anni dalla nascita di Francesco Redi e del Bacco in Toscana 82 La Dieta Rivista Il cibo del cuore: come l’alimentazione può proteggere il sistema cardiovascolare 85 Il sentiero dell’olivo 89 Il mondo in Camera • Metal Hub: la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera incontra il MEM in Veneto • "A Touch of Italy": il Made in Italy protagonista nei department store Globus • A Zurigo la VI edizione del Premio I Numeri Uno • Anche in vallese un Chapter CCIS: network e ulteriore supporto all’imprenditoria Made in Italy • Cresce attenzione e impegno verso la manifattura meccanica:tra patrocini ed eventi, l’impegno continuo della CCIS • La CCIS in Italia: il tour tra istituzioni e imprese per costruire nuove relazioni • I prossimi appuntamenti La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 3
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La Rivista Italiche Uno dei più gravi problemi che oggi ha l’Italia, ha scritto Marco Valerio Lo Prete, responsabile dell’Ufficio di corrispondenza RAI a New York in un intervento su Lisander, è l’eccessivo squilibrio demografico causato dal tandem invecchiamento della popolazione e denatalità di cui soffre la Penisola, ciò che può minare la crescita della produttività per il minor numero di giovani attivi nelle imprese che sono per natura capaci di generare nuove idee abbinandosi al progressivo invecchiamento della classe dirigente aziendale. Denatalità e invecchiamento di Corrado Bianchi Porro godono di una remunerazione più elevata (dato che coprono posizioni di vertice nelle aziende) e stabile rispetto a quella dei giovani. Le persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni hanno raggiunto in Italia il picco di 39,5 milioni nel 1992, per poi calare di circa due milioni fino a 37,4 milioni nel 2025. Ma anche i 4049enni sono in calo: nel 2014 erano 9,8 milioni, dieci anni dopo sono scesi a 8,1 milioni. Una costosa opportunità È un trend piuttosto comune, che si ripercuote a vari livelli in campo internazionale e per cercare di “tamponare” questo pericolo, tutte le economie avanzate puntano oggi sul comparto tecnologico e sui titoli dell’Intelligenza Artificiale che promettono guadagni di produttività con profitti solidi arricchiti da consistenti flussi di cassa. La fase iniziale di sviluppo di società come Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle è stata finanziata prevalentemente tramite equity sul mercato, poi con la grande espansione del debito pubblico. Il ricorso all’AI rappresenta in effetti una opportunità non indifferente per le imprese, pur se per il relativo sviluppo richiede ingenti capitali. Oggi sui mercati cresce il ricorso al debito, ad esempio per la costruzione di grandi Data Center che richiedono importanti quantitativi di elettricità e si ipotizzano stime di necessità di investimento nel settore americano per almeno 500 miliardi di dollari Sono passati ormai quaranta anni da quando nel 1987 il compianto Antonio Golini, già presidente dell’Istat, pubblicò uno dei suoi primi lavori accademici che individuava l’eccesso di denatalità come un rischio dalle conseguenze allarmanti per il futuro andamento demografico del paese. Nel 1995, l’Italia è diventato il primo Paese al mondo a registrare “lo storico capovolgimento della popolazione” con gli anziani più numerosi dei ragazzi. Nel mondo del lavoro “l’Italia, con un’età media della forza lavoro pari a 41,6 anni e un tasso di imprenditorialità stimato all’1,7%, sulla base dei dati del 2015, è in effetti oggi più vicina al Giappone (un Paese con un’età media di 43 anni e un tasso d’imprenditorialità dell’1,5%) che agli Stati Uniti (dove l’età media è di 36 anni e il tasso di imprenditorialità è pari al 4,4%)” ha stimato Edward Lazear, professore all’Università di Stanford. A loro volta, Nicola Bianchi e Matteo Paradisi sulla rivista Il Mulino hanno messo in risalto la differenza di stipendio e cariche tra nuove leve e lo staff direzionale. I mercati del lavoro delle economie industriali ad alto reddito stanno oggi attraversando una fase prolungata di calo della produttività del lavoro, di rallentamento della crescita del Pil e del dinamismo industriale, a motivo del fatto concomitante che i dipendenti a maggiore anzianità La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 5
l’anno nel prossimo triennio. Le banche statunitensi, con una presenza globale di maggiore importanza, detengono a tal proposito oltre il 40% delle quote totali di mercato nell’investment banking mentre in Europa gli istituti locali contribuiscono per il 70% ai finanziamenti all’economia reale, una quota ben eccedente a quanto avviene (il 30%) negli Stati Uniti. Cambia allo stesso tempo il peso politico delle diverse coorti anagrafiche per età, con un rafforzamento numerico delle quote di elettori interessati a programmi di spesa destinati alla sanità o alla previdenza, rispetto a quelle di ricerca o istruzione universitaria che rappresentano invece l’investimento tipico per il futuro. Un’Italia senza figli, aveva ricordato nel 2021 Mario Draghi, è un Paese che non crede e non progetta. Quasi la metà dei laureati italiani sceglie inoltre di lavorare all’estero. Il valore del capitale umano Un altro dato allarmante emerge dallo studio presentato da Luca Paolazzi (Responsabile Gruppo di lavoro CNEL sull'attrattività dell'Italia) alla Normale di Pisa. Mostra come il 43,1% dei neolaureati decida di costruire la propria carriera fuori dall’Italia, mentre solo il 29,2% rimane nei confini nazionali. Oltre 550mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese nel periodo compreso tra il 2011 e il 2023, un fenomeno migratorio che sta assumendo proporzioni sempre più rilevanti. Lo studio evidenzia un fenomeno in crescita che coinvolge soprattutto le regioni prospere. Nel 2022, il 48% dei migranti laureati proveniva dal Nord Italia, con un aumento di sette punti rispetto all’anno precedente e di dodici dal 2019. Friuli Venezia Giulia e Lombardia registrano i tassi più alti, rispettivamente col 51,5% e 50,7%. I motivi che li spingono a trasferirsi all’estero sono molteplici e significativi. Secondo lo studio, le migliori opportunità lavorative rappresentano la motivazione principale per un quarto di essi, seguite dalle possibilità di studio e formazione al 19,2% e dalla ricerca di una qualità della vita superiore al 17,1%. È interessante notare come solo il 10% consideri il salario più elevato come ragione primaria per la scelta. Un dato allarmante emerge poi dall’analisi delle percezioni: il 96,1% di chi è migrato per scelta attribuisce la decisione alla disattenzione degli imprenditori italiani verso le condizioni dei collaboratori. Tra coloro che partono per necessità, tre su quattro hanno ora un’occupazione stabile all’estero. Secondo Luca Paolazzi, il valore del capitale umano fuoriuscito dall’Italia può essere stimato in circa 134 miliardi di euro, ma il deflusso reale potrebbe essere assai più gravoso. Particolarmente preoccupante è che quasi la metà di essi svolge proprio quelle mansioni tecniche e specializzate per cui le aziende lamentano carenze di personale, Guardare il passato per governare il futuro Il 2026 si presenta come un anno molto più complesso da decifrare, con la rottura di molti equilibri nello scacchiere internazionale a seguito della decisione della presidenza Trump di entrare in prima linea nei conflitti in Medio Oriente coi timori di un rallentamento dell’economia Luca Paolazzi, responsabile Gruppo di lavoro CNEL sull'attrattività dell'Italia La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 6
pilastro del sistema monetario internazionale, con una quota pari ad un quinto delle riserve ufficiali. Ma, in mancanza di una unione bancaria, l’alternativa non si pone, se non come diversificazione. Così, le imponenti risorse di risparmio europee – circa 33 trilioni di euro – non vengono mobilitate verso investimenti interni (a parte l’edilizia) e continueranno ad alimentare altri mercati. Per l’Italia, il 2025 ha segnato risultati di assoluto rilievo per il debito sovrano, il mercato azionario ha guadagnato trainato dal comparto bancario, il deficit si colloca attorno al 3% del PIL e le agenzie di rating hanno rivisto i giudizi al rialzo. Ora - dopo i ribassi generalizzati relativi al conflitto in Iran - si attende il recupero connesso ad una tregua. Una rottura dei rapporti commerciali tra i vari blocchi avrebbe costi rilevanti. Occorre rafforzare i legami commerciali bilaterali e plurilaterali con i paesi che continuano a riconoscere i vantaggi di relazioni fondate su regole condivise. Dal 2020 il PIL italiano è aumentato in linea con l'area dell'euro e a ritmi superiori a quelli del decennio precedente la pandemia. La crescita ha interessato l'intero territorio nazionale ed è risultata maggiore nel Mezzogiorno, interrompendo una lunga fase di divergenza. Oggi, a Venezia, ha concluso il Governatore Panetta, - una città che ha fondato la propria grandezza sull'apertura e sugli scambi tra culture e mondi diversi - la storia ci ricorda che l'apertura è lungimiranza. Cooperare, rispettare regole comuni, guardare oltre il breve periodo non è un retaggio del passato, ma la condizione per governare il futuro. globale, l’aumento dei prezzi energetici e la guerra con l’Iran. I mercati avevano dimostrato nel 2025 una notevole resilienza hanno detto il presidente di Assiom Forex, Massimo Mocio e il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenendo, al 32mo convegno degli operatori finanziari che si è svolto quest’anno a Venezia al 32mo convegno degli operatori finanziari svoltosi a Venezia. Ora è lecito attendersi una politica monetaria assai più morbida e attendista nei tassi per attenuare i pericoli di una recessione trainata dal rialzo dei prezzi energetici, nel caso attenuato nel ricalcolo delle accise. Sui mercati, negli Stati Uniti il momentum resta caratterizzato dal comparto tecnologico. D’altra parte, gli Stati Uniti controllano circa il 70% della potenza di calcolo globale ad alte prestazioni (contro il 5% dell’Unione Europea) e producono la stragrande maggioranza dei modelli di intelligenza artificiale avanzati, ha rilevato Mocio. Nonostante il conflitto sui dazi e le problematiche sul dollaro, il commercio internazionale è cresciuto lo scorso anno del 4%, un ritmo doppio rispetto alle attese. Oltre la metà dell'espansione è poi riconducibile al forte aumento degli scambi connessi all'AI. Secondo il governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta. Gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante in ambiti cruciali come la tecnologia, capacità militare e finanza. Il dominio del dollaro rimane schiacciante. Gli investitori europei sono tra i principali detentori di Treasury statunitensi, con circa 2,8 trilioni custoditi tra Europa e Regno Unito. L'euro costituisce il secondo Massimo Mocio, Presidente ASSIOM FOREX e il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta al 32mo convegno degli operatori finanziari che si è svolto quest’anno a Venezia La Rivista Italiche La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 7
Nuova Volvo EX60 A B C D E F G B La nuova Volvo unisce un’autonomia fino a 810 km a una ricarica veloce: bastano solo 10 minuti di carica per ottenere 340 chilometri in più. L’abitacolo si distingue per i suoi spazi generosi e i sedili ergonomici, che assicurano il massimo comfort a prescindere dalla durata del tuo viaggio. Freedom to move. Electric. volvocars.ch/EX60 Volvo EX60 P12 AWD, 680 CV/500 kW. Consumo medio di energia elettrica: 16 kWh/100 km, Emissioni di CO2: 0 g/km. Categoria d’efficienza energetica: B.
Il quadro difficile a livello mondiale porta anche l’economia della Confederazione a un rallentamento ma la resilienza c’è La capacità di tenuta del sistema Svizzera di Lino Terlizzi resilienza dell’economia svizzera, che dopo la caduta pandemica del 2020 ha evitato recessioni nei pur complicati anni seguenti. L’inflazione in Svizzera dovrebbe essere dello 0,4% nel 2026 e dello 0,5% nel 2027, sempre bassa ma superiore quest’anno alle previsioni di dicembre, a causa soprattutto dei rialzi dei prezzi dell’energia (a partire da petrolio e gas) causati da fine febbraio dai conflitti bellici in Medio Oriente. La disoccupazione è inevitabilmente in aumento, ma secondo la SECO rimarrà contenuta, al 3% quest’anno e al 2,8% l’anno prossimo. Tensioni geopolitiche, guerre, dazi americani e contrasti nei commerci sono tutti elementi purtroppo presenti ampiamente nel quadro internazionale e ciò ha portato la SECO a definire anche un eventuale scenario più negativo, in caso di ulteriore peggioramento del contesto mondiale su uno o più capitoli. In quest’altro scenario la crescita svizzera potrebbe essere dello 0,8% nel 2026 e dell’1,6% nel 2027; la disoccupazione per la SECO potrebbe essere rispettivamente del 3% e del 2,9%; l’inflazione potrebbe essere dello 0,7% in entrambi gli anni. Si tratta come si vede di dati in parte peggiori rispetto a quelli dello scenario di base sopra citato, ma ancora dentro uno spazio di resilienza oggettiva, tenendo conto del quadro complessivo. Con un contesto internazionale segnato in misura non secondaria da scontri geopolitici, guerre, vicenda dei dazi americani, anche la crescita economica svizzera non può naturalmente marciare a pieno ritmo, ma una tenuta di fondo continua a manifestarsi nonostante i venti contrari presenti a livello mondiale. Nel valutare l’andamento elvetico, oltre che del rallentamento economico globale bisogna tener conto anche del fatto che la Svizzera ha già un Prodotto interno lordo (PIL) elevato in rapporto alle dimensioni del Paese e che quindi il suo possibile ritmo di crescita ulteriore non può andare oltre un certo limite anche in condizioni per così dire più normali. Le previsioni La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) il 18 marzo scorso ha reso note le previsioni congiunturali del gruppo di esperti della Confederazione. Guardando alle cifre del PIL al netto degli eventi sportivi (la Svizzera è sede di organizzazioni dello sport mondiale), la crescita economica elvetica è attesa all’1% nel 2026 e all’1,7% nel 2027. Nel dicembre del 2025 le previsioni degli esperti erano rispettivamente 1,1% e 1,7%, c’è dunque un leggero ridimensionamento solo per il 2026. Se così sarà, si tratterà dell’ennesima conferma della La Rivista Elvetiche La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 9
Il percorso fatto È interessante anche vedere come la Svizzera è arrivata alla situazione attuale, prendendo i dati della SECO sui due anni precedenti e confrontandoli con quelli di alcune delle maggiori economie sviluppate. Le cifre della Segreteria di Stato dell’economia indicano che il PIL svizzero è cresciuto dell’1,4% nel 2025, dopo l’1,2% del 2024. Si tratta di valori destagionalizzati e sempre al netto degli eventi sportivi. La SECO indica nel contempo che l’Eurozona è cresciuta dell’1,5% nel 2025, dopo lo 0,9% del 2024. La sola Germania ha registrato uno 0,3% per l’anno scorso, dopo il -0,5% dell’anno precedente. La Francia ha avuto 0,9% nel 2025 e 1,1% nel 2024, l’Italia rispettivamente 0,7% e 0,5%. Infine, gli Stati Uniti hanno registrato un 2,2% l’anno scorso, dopo un 2,8% l’anno precedente. La Svizzera nel difficile biennio 2024-25 dunque non solo ha evitato recessioni ma è anche cresciuta nel complesso sia più dell’Eurozona nel suo insieme, sia più di ciascuna delle tre maggiori economie di quest’ultima. Quanto agli USA, è vero che il loro ritmo di crescita resta superiore a quello dell’Europa, Svizzera inclusa, ma occorre anche tener presente il marcato rallentamento che hanno avuto nel 2025. Si tratta di un’ulteriore conferma del fatto che dazi e protezionismo colpiscono non solo chi li subisce ma anche chi li attua. Da notare che il già alto PIL pro capite della Svizzera (PIL nominale diviso per il numero di abitanti) è salito nel 2025, a 114 mila dollari USA. Questa cifra pone ancora una volta la Svizzera sopra gli Stati Uniti che sono a 90 mila, l’Eurozona che è a 50 mila, la Germania che è a 60 mila, la Francia che è a 49 mila e l’Italia che è a 43 mila. Il Paese e il franco Tra le ragioni della buona tenuta economica di fondo della Svizzera ci sono la stabilità e la coesione del Paese e la diversificazione dell’economia elvetica, che nonostante le sue dimensioni non grandi può contare su rami consistenti sia nell’industria, sia nei commerci, sia nella finanza. Nel corso del 2025 gli investimenti in beni di equipaggiamento e in costruzioni sono calati, ma i consumi delle famiglie e delle Amministrazioni pubbliche sono saliti e le esportazioni di beni e servizi sono nonostante tutto cresciute; le importazioni di servizi non sono salite, sono cresciute invece le importazioni di beni. L’andamento dell’export e dell’import ci porta al discorso del franco, moneta molto forte. L’affidabilità del sistema Paese Svizzera, la resilienza della sua economia, la rilevanza della sua piazza finanziaria, il suo indebitamento pubblico molto basso, sono tutti fattori che spingono il franco, visto da una parte degli investitori come un rifugio. Il franco alto crea alcuni ostacoli in più all’export, questo è vero, bisogna però anche dire che le imprese elvetiche hanno mostrato grandi capacità di adattamento e che molte tra loro hanno continuato a puntare su beni e servizi ad alto valore aggiunto, meno soggetti all’effetto valutario. Il franco forte d’altro canto rende meno caro l’import, contribuendo così a tenere bassa l’inflazione in Svizzera. E inflazione bassa significa, occorre ricordarlo, maggiori certezze sia per i consumi sia per gli investimenti. Le esportazioni Nonostante il super franco, i dazi americani, la geopolitica e le guerre, le esportazioni svizzere sono cresciute anche nel 2025. Le cose, con un franco meno forte e con minor protezionismo e minori tensioni geopolitiche, sarebbero andate anche meglio, ma già così sono degne di nota. In un contesto internazionale molto complicato e con una moneta molto forte che rende di fatto più cari i beni e i servizi elvetici, l’aumento del valore dell’export è un elemento da sottolineare, una conferma del buon grado Tensioni geopolitiche, guerre, dazi americani e contrasti nei commerci hanno portato la SECO a definire anche un eventuale scenario più negativo, in caso di ulteriore peggioramento del contesto mondiale su uno o più capitoli La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 10
La Rivista Elvetiche sono cresciuti del 15,2%; il comparto tessile-abbigliamento-calzature è sceso lievemente, dello 0,8%; il settore elettricità è calato del 3% e quello delle materie plastiche è sceso dell’1,2%. La tendenza Visto nel lungo periodo, l’export svizzero ha più volte confermato il suo trend di fondo alla crescita. Dal Duemila compreso le esportazioni elvetiche sono salite in valore in 21 anni e sono scese solo in 5 anni (incluso il 2020, anni di esplosione della pandemia). Considerando forza perdurante del franco e tensioni geopolitiche e incertezze economiche, aumentate in particolare nell’ultimo quinquennio, occorre ribadire che la gran parte delle imprese esportatrici elvetiche ha mostrato ampie capacità di reazione, continuando a puntare sulla qualità dei beni e dei servizi e nel contempo diversificando molto i mercati di sbocco. Gli ostacoli all’export creati da un franco decisamente forte sono reali, ma evidentemente sono reali anche il valore aggiunto di molti prodotti elvetici e la flessibilità e l’adattamento di molte imprese rossocrociate. Per la Banca nazionale svizzera (BNS), che di fatto governa la moneta, la sfida rimane quella di sempre, cioè cercare da un lato di frenare il franco quando diventa troppo forte (abbassando i tassi e/o acquistando valute estere), senza però dall’altro lato far abbassare il franco a livelli che cancellino i vantaggi principali della moneta forte, cioè import meno caro e inflazione bassa. Un esercizio non semplice, d’altronde è sempre meglio avere i problemi di una moneta forte che non quelli, per molti aspetti più pesanti, di una moneta debole. di resilienza dell’economia svizzera nel suo complesso. I dati dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) indicano che le esportazioni svizzere (senza preziosi e antichità) nel 2025 sono state di 287 miliardi di franchi, con un aumento nominale dell’1,4% rispetto al 2024. L’incremento è moderato ma è significativo, proprio perché realizzato in un contesto difficile. Le importazioni sono a loro volta aumentate del 4,5%, a 232,7 miliardi di franchi. Il saldo positivo nei commerci per la Svizzera l’anno scorso è stato dunque di 54,3 miliardi, una cifra notevole, che rappresenta una via di mezzo tra i 48,3 miliardi del 2023 e i 60,4 miliardi del 2024. Nel gennaio di quest’anno l’export è ancora aumentato, l’import è leggermente diminuito. In febbraio sono poi diminuiti sia l’export sia l’import. Sono oscillazioni mensili, di cui occorre prender nota, ma come sempre conteranno soprattutto i numeri di fine anno. Per quel che riguarda le destinazioni, le esportazioni svizzere verso l’Unione europea (la maggior area di riferimento) nel 2025 sono aumentate dell’1,9% in termini nominali. Quelle verso gli Stati Uniti sono cresciute del 3,9%, nonostante i dazi varati dal presidente USA Trump da aprile in poi. L’export elvetico verso Cina e Giappone è invece calato rispettivamente del 6,1% e del 4%. Tornando all’Unione europea, così sono andate le cose nell’export verso i singoli maggiori partner commerciali: Germania +3,4%, Italia +2,6%, Francia -1,5%, Austria +18%, Paesi Bassi +3,3%, Spagna -14,4%, Belgio -5,3%, Irlanda +22,7%. Fuori dall’area UE, il Regno Unito, partner di rilievo, ha registrato un +0,5%. Oltre la metà del valore delle esportazioni svizzere è dato dai prodotti chimici e farmaceutici e questo ampio settore nel 2025 ha visto il suo export salire del 2,2% in termini nominali; il comparto macchine ed elettronica dal canto suo è sceso leggermente, dello 0,6%; l’industria orologiera ha registrato un calo dell’1,7%, mentre la gioielleria è salita del 6%; il comparto alimentari, bevande e tabacchi è cresciuto dell’1,4%; metalli e prodotti metallici sono saliti del 2%; i veicoli Se oltre la metà del valore delle esportazioni svizzere è dato dai prodotti chimici e farmaceutici l’industria orologiera ha registrato un calo dell’1,7% delle La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 11
L’Unione Europea reagisce ancora una volta in ordine sparso all’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele in Iran, cominciata il 28 febbraio scorso e che ha causato la morte della guida suprema del Paese, Ali Khamenei, senza provocare però la caduta e l’auspicato cambio di regime. Attacco all’Iran e crisi energetica di Viviana Pansa contro l’Ucraina”. Per la Presidente, dunque, “non ci dovrebbero essere lacrime versate per un regime del genere”, mentre ribadisce il diritto del popolo iraniano alla libertà, alla dignità e a decidere del proprio futuro. Pur sottolineando l’impegno dell’Unione a favore della pace e dei principi del diritto internazionale, il focus dell’intervento è passato immediatamente alla questione energetica: “le perturbazioni nel Golfo si ripercuotono rapidamente sui prezzi ovunque” – ha sottolineato Von der Leyen, collegando tale dinamica alla dipendenza dai combustibili fossili importati da regioni instabili. Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%. Traducendo questo dato in euro, 10 giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei 3 miliardi di euro in più in importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza – ha precisato Von der Leyen, sottolineando come invece i prezzi dell’energia prodotta “in casa”, come rinnovabili e nucleare, non abbiano subito nello stesso periodo alcuna variazione. Questo per ribadire la validità della strategia che l’Unione si è data nel lungo periodo – quella “transizione verde” lanciata nel 2019 ma poi ridimensionata con lo spostamento a destra dell’equilibrio politico europeo. Una situazione precaria A distanza di pochi giorni da questo intervento al Parlamento europeo, la In risposta, l’Iran ha dato il via invece ad una serie di rappresaglie che hanno arrecato un duro colpo al già instabile quadro geo-politico mediorientale e che ora rischiano di trascinare nel caos anche il Libano, dove continuano i raid dell’esercito israeliano contro il gruppo Hezbollah, insostenibili per il costo di vite umane e l’enorme numero di sfollati – circa un migliaio di morti e oltre 700mila a metà marzo, su una popolazione di circa 6 milioni di abitanti. Posizioni di principio Nel suo intervento alla seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, la settimana precedente l’incontro del Consiglio il 19 e 20 marzo scorsi, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, consapevole della diversità delle prese di posizione assunte nei giorni immediatamente successivi all’attacco dagli Stati membri, si è limitata a condannare la repressione e le violenze del regime iraniano di Khamenei, senza citare mai Stati Uniti e Israele, artefici dell’attacco sferrato ai danni dell’ayatollah. “Gli iraniani hanno vissuto in un sistema che metteva a tacere il dissenso e calpestava le libertà fondamentali. Il regime – ha ricordato Von der Leyen - ha imprigionato e torturato i propri cittadini. Ha finanziato il terrorismo in tutta la regione e persino sul suolo europeo e ha fornito un sostegno cruciale alla brutale guerra della Russia La Rivista Europee La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 12
situazione appare ulteriormente peggiorata, sia sul fronte energetico che su quello del conflitto, nonostante il presidente americano Donald Trump stia cercando, pur nella contraddittorietà delle sue affermazioni, di smorzare i toni, definendo l’intervento in Iran una semplice “incursione che sta volgendo al termine” – ha assicurato. Il nodo critico è, in primo luogo, il blocco imposto dall’Iran alla circolazione delle navi mercantili contenenti greggio nello Stretto di Hormuz – dove si stima transiti un quinto del petrolio mondiale, - blocco per contrastare il quale Trump ha chiesto aiuto alla NATO, spiegando in un’intervista al Financial Times che “è giusto che chi trae vantaggio dello Stretto contribuisca a garantire che lì non accada nulla di male”. Affermazione da cui ha immediatamente preso le distanze la Germania, con il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius che ha chiarito come la guerra in Iran nulla abbia a che vedere con la NATO. La Germania – ha assicurato Kornelius – non ha alcuna intenzione di prendere parte al conflitto né di associarsi ad alcun possibile intervento che includa l’utilizzo di mezzi militari per mantenere aperto lo Stretto. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer, pur aprendo ad un piano collettivo fattibile per riaprire la circolazione nell’area e garantire la stabilità del mercato petrolifero, ha reagito alle parole di Trump sottolineando come il Regno Unito non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in guerra. E ad escludere un possibile intervento della NATO è stata anche l’alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Kaja Kallas, che ha ricordato come non ci siano paesi aderenti all’Alleanza Atlantica nello Stretto di Hormuz. A deteriorare una situazione già precaria è stato tuttavia, proprio a ridosso dei lavori del Consiglio europeo, l’attacco iraniano all’impianto di gas naturale di Ras Laffran, in Qatar, in risposta a quello messo in atto da Israele al giacimento iraniano offshore di South Pars. Un impianto strategico e molto importante, il cui danneggiamento ha ridotto del 17% la capacità di esportazione di gas del Qatar e per cui potrebbero essere necessari 5 anni di tempo per tornare a regime. L’impossibilità di trovare una posizione comune Per questo, nell’impossibilità di trovare una posizione comune come Consiglio europeo, i leader di Francia, Germania e Italia, insieme a quelli di Regno Unito e Giappone, hanno siglato il 19 marzo una dichiarazione congiunta sullo Stretto di Hormuz che condanna “con la massima fermezza” gli attacchi dell’Iran alle navi mercantili disarmate nel Golfo, alle infrastrutture civili, compresi gli impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto da parte delle forze iraniane. Nella nota si esprime “profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto” e per le conseguenze di quest’ultimo sulle persone, in ogni parte del mondo, specialmente quelle più vulnerabili, e si chiede “una moratoria immediata e totale sugli attacchi alle infrastrutture civili”, sottolineando che “l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”. Si dichiara infine la disponibilità “a contribuire agli sforzi opportuni per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto” esortando “tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a difendere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionale”. Più che di un vero programma di intervento sulla crisi iraniana, si tratta in definitiva di una presa di posizione che esclude però interventi militari – come ribadito anche dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto - per sollecitare una tregua e un’iniziativa multilaterale sotto l’egida dell’Onu. Anche l’alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha escluso un possibile intervento della NATO La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 13
Scongiurare l’Armageddon energetico Di fronte a quello che alcuni hanno definito uno “scenario da Armageddon” dei mercati energetici mondiali, una delle ipotesi ventilate in Europa è stata persino il ritorno ai combustibili fossili russi, che potrebbero tamponare la crisi energetica grazie alla fornitura della produzione in eccesso attraverso i gasdotti europei. E proprio l’accesso a una parte di tali forniture è stata la ragione principale del veto imposto al Consiglio europeo dal premier ungherese Viktor Orban al prestito di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Orban, in piena campagna elettorale – in Ungheria le elezioni politiche si svolgeranno il 12 aprile, - ha posto come condizione per il suo sì la riparazione dell’oleodotto Druzhba, l’infrastruttura strategica utilizzata da Mosca per l’invio di petrolio verso Ungheria e Slovacchia, danneggiato nel corso degli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine nei mesi invernali del conflitto. All’allarme dei mercati sugli effetti della guerra, che ha volto in negativo il rendimento delle borse, la Banca centrale europea ha risposto scegliendo la cautela e mantenendo inalterati i tassi di interesse. “Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione” – ha avvertito la presidente della BCE Christine Lagarde, spiegando che un rialzo dei tassi rischierebbe di frenare ulteriormente un’economia che sta già rallentando, con prospettive che la guerra in Medio Oriente ha reso significativamente più incerte. La precedente stima del livello di inflazione nell’eurozona per il 2026 è stata infatti rivista al rialzo, dall’1,9% al 2,6%, ma potrebbe arrivare anche al +4,4% nello scenario peggiore. Parallelamente il tasso di crescita del PIL per il 2026 è stato tagliato allo 0,9%, con il rischio concreto di ridursi ulteriormente a un anemico 0,4%. Uno scenario che anche per Lagarde rafforza l’imperativo di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Il richiamo del Presidente Mattarella Al di là dell’impatto economico dell’estendersi del conflitto, un richiamo politico all’Europa e al suo ruolo attivo nella costruzione di uno scenario di pace, “che non coincide con qualsiasi equilibrio ma si realizza in condizioni di giustizia e di inclusione”, è arrivato dal presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella intervenuto all’Università di Salamanca, dove ha ricevuto la laurea honoris causa. Il Presidente ha ricordato come a fondamento dell’Europa vi siano la dignità umana, la solidarietà e i valori civili. “In queste fondamenta abbiamo fiducia, non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea” – ha aggiunto Mattarella, richiamando l’Europa a dire no “all’ampliamento dei conflitti e a una perenne instabilità, con la moltiplicazione di fronti di crisi”. “Prendere atto dei cambiamenti in corso e non limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte. È la strada che l’Europa può e deve percorrere – ha aggiunto Mattarella, sottolineando la necessità di preservare gli spazi di libertà acquisiti e di continuare a lavorare alla realizzazione dei principi fondativi dell’Unione: la pace, la sicurezza, lo sviluppo sostenibile, il rispetto reciproco tra i popoli, il commercio libero e equo, l’eliminazione della povertà, la tutela dei diritti umani, l’osservanza e lo sviluppo del diritto internazionale, il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite. “L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico, nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano – ha ricordato il Presidente, sottolineando come tale dinamicità debba restare tuttavia confinata all’elaborazione di “strumenti e modalità di azione nuovi e flessibili” e non alla visione e ai principi al cui servizio i primi vanno posti. Una visione che, almeno in Europa, resta quella fondata sul divieto dell’uso della forza, l’uguaglianza sovrana degli Stati e la promozione universale dei diritti umani. Dal Presidente Mattarella, intervenuto all’Università di Salamanca, dove ha ricevuto la laurea honoris causa, è arrivato il forte richiamo all’osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale, il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 14
La Rivista Geopolitiche Iran e il mondo arabo: una storia da raccontare di Anna Illing Nel dibattito politico e accademico contemporaneo, il ruolo dell’Iran in Medio Oriente è frequentemente interpretato attraverso una prospettiva securitaria che lo descrive come un attore intrinsecamente destabilizzante e responsabile di una crescente polarizzazione regionale. Tale rappresentazione, pur radicata in dinamiche reali di competizione geopolitica, tende tuttavia a semplificare processi storici complessi, privilegiando spiegazioni fondate su fattori ideologici o confessionali e trascurando l’evoluzione delle relazioni regionali e le condizioni strategiche entro cui la politica estera iraniana si è sviluppata. L’Asse della Resistenza Il termine “Asse della Resistenza” entrò nel dibattito geopolitico nel 2002, quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush definì Iran, Iraq e Corea del Nord un “asse del male”. Il quotidiano libico Al-Zahf Al-Akhdar rispose sostenendo che l’unico denominatore comune tra questi paesi fosse la loro resistenza all’egemonia statunitense. Tuttavia, la rappresentazione dell’Iran come attore belligerante, pericoloso e persino terroristico precede di decenni questo episodio ed è radicata nella narrativa secondo cui Teheran costituirebbe una minaccia alla stabilità e alla sicurezza regionale, in particolare per il suo sostegno ad attori non statali e per il tentativo di costruire una rete di influenza transnazionale. Una lettura storica più attenta mostra però come la politica regionale iraniana sia il risultato di adattamenti progressivi a un contesto in continua trasformazione. Comprendere tale evoluzione richiede di ripercorrere le principali fasi delle relazioni tra Iran e mondo arabo a partire dalla Rivoluzione islamica del 1979. Dopo la rivoluzione, l’obiettivo principale dell’Iran fu quello di sviluppare una politica estera alternativa che favorisse il paese come principale potenza regionale e che fosse, come recitava l’articolo 3.16 della Costituzione iraniana dell’epoca, “basata su criteri islamici, impegno fraterno verso tutti i musulmani e supporto illimitato per i popoli impoveriti del mondo”. Al centro di questa visione vi era il rifiuto sia delle alleanze occidentali sia di quelle del blocco comunista, nonché l’intento di esportare la rivoluzione. In questo contesto, la Siria guidata da Hafez al-Assad rappresentò forse il caso di maggior successo della politica iraniana. Già prima della rivoluzione, la dinastia Assad aveva fornito protezione diplomatica a figure chiave del movimento rivoluzionario, tra cui Khomeini, e fu il primo paese arabo a riconoscere il nuovo governo iraniano. L’intesa tra i due paesi si basava su una convergenza di interessi, tra cui il sostegno alla causa palestinese e posizioni comuni nei confronti dei vicini regionali, in particolare l’Iraq di Saddam Hussein. Parallelamente, il Libano, già destabilizzato dalla guerra civile iniziata nel 1975 e aggravata dall’intervento di attori internazionali, divenne uno spazio centrale della proiezione iraniana. Da un lato, l’Iran sostenne Hezbollah; dall’altro, l’Arabia Saudita appoggiava l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Israele e diversi movimenti sunniti, cristiani e maroniti. I rapporti tra Iran e Arabia Saudita si deteriorarono rapidamente: Khomeini accusò il regno saudita di essere “corrotto e indegno di essere custode della Mecca e Medina”, mentre il sovrano saudita descrisse l’Iran come un paese di “ipocriti e impostori che usano l’Islam per destabilizzare altri stati”. Sebbene la dimensione religiosa fosse rilevante, la rivalità non può essere spiegata esclusivamente in La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 15
termini confessionali: tra i principali motivi di contesa vi erano anche le rivendicazioni sulle isole Tunb Maggiore e Minore nello stretto di Hormuz e la presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita. La guerra con l’Iraq e il progressivo isolamento dell’Iran L’escalation nella guerra Iran-Iraq (1980-1988) portò a un forte isolamento dell’Iran, poiché gran parte del mondo arabo adottò una posizione filo-irachena. In questo periodo, Teheran perseguì una strategia regionale articolata su tre obiettivi: sconfiggere militarmente l’Iraq, allontanare Baghdad dagli stati del Golfo e affermarsi come attore dominante nella regione. Entro il 1987, la lista dei paesi ostili all’Iran includeva Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Sudan, Egitto, Israele, Giordania, Marocco, Tunisia, Yemen del Nord e Afghanistan. Solo lo Yemen del Sud e la Libia mantennero relazioni amichevoli, mentre la Siria rimase l’unico alleato arabo stabile, fornendo assistenza logistica in cambio di petrolio iraniano e supporto politico a livello internazionale. In questo contesto, il Levante assunse un ruolo strategico centrale. Attraverso l’alleanza con la Siria, l’Iran poté sfruttare la crescente politicizzazione della popolazione sciita in Libano. Hezbollah nacque proprio in questo contesto, sostenuto da Teheran attraverso finanziamenti, reclutamento, sviluppo di armamenti e programmi di addestramento militare. Allo stesso tempo, l’Iran cercò di prendere le distanze dalla precedente alleanza con Israele, abbracciando la causa palestinese e sostenendo fazioni radicali, in particolare quelle appoggiate dalla Siria. La politica iraniana si estese anche al Bahrain, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrain (IFLB), pur non riuscendo a rovesciare il governo, contribuì ad alimentare il timore di interferenze iraniane. Tale percezione fu utilizzata dalle autorità bahreinite per giustificare la repressione delle proteste, spesso dipingendo gli oppositori come agenti di Teheran, anche quando le rivendicazioni riguardavano corruzione e stagnazione economica. Questa narrativa portò anche all’accusa secondo cui l’Iran avrebbe finanziato un presunto “Hezbollah bahreinita”. Nel Golfo, la percezione dell’Iran come minaccia contribuì alla creazione nel 1981 del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), volto a coordinare le politiche di sicurezza. L’Arabia Saudita riuscì inoltre a garantirsi accesso militare immediato al Bahrain in caso di necessità. Parallelamente, nello Yemen emerse la figura di Hussain Badr al-Din al-Houthi, che già nel 1986 si recò a Teheran, anticipando i futuri legami tra Iran e movimento Houthi. Apertura economica e cooperazione regionale Nel 1988, con l’accettazione della Risoluzione 598 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’Iran inaugurò una fase più pragmatica della propria politica estera. La risoluzione prevedeva il cessate il fuoco, il rimpatrio dei prigionieri e il ritiro ai confini internazionalmente riconosciuti. Con questa decisione, Teheran non solo rinunciava alla sconfitta dell’Iraq, ma segnalava anche la propria disponibilità a discutere forme di cooperazione regionale. Ciò facilitò il riavvicinamento con diversi paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che inviò aiuti umanitari dopo un devastante terremoto in Iran, ristabilendo le relazioni diplomatiche. Dopo la morte di Khomeini nel 1989 e l’elezione di Rafsanjani, l’Iran adottò un approccio più orientato alla La politica regionale iraniana sè il risultato di adattamenti progressivi a un contesto in continua trasformazione. Comprendere tale evoluzione richiede di ripercorrere le principali fasi delle relazioni tra Iran e mondo arabo a partire dalla Rivoluzione islamica del 1979 La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 16
La Rivista Geopolitiche In Siria, l’Iran sostenne militarmente il regime di Bashar al-Assad, partecipando alla coalizione “4+1” con Russia, Iraq e Hezbollah. In Yemen, il supporto agli Houthi rimase limitato ma politicamente significativo, contribuendo a rafforzare la percezione di una minaccia regionale. La lotta contro l’ISIS vide una cooperazione di fatto tra forze iraniane e Stati Uniti. Nel 2016, la sconfitta dell’ISIS a Mosul permise all’IRGC di presentarsi come garante della sicurezza regionale. Nel 2015, la firma del JCPOA rappresentò un tentativo di normalizzazione, ma il ritiro statunitense nel 2018 riaccese le tensioni. Gli Accordi di Abramo del 2020 segnarono un nuovo allineamento tra paesi arabi e Israele. Nel 2023, il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita tentò di ridurre le tensioni, ma gli eventi successivi — inclusi gli sviluppi dopo il 7 ottobre 2023 e le escalation del 2025 — evidenziarono la fragilità di tale equilibrio. In conclusione, la politica regionale iraniana emerge come il risultato di adattamenti a un contesto geopolitico in continua evoluzione. Ridurre l’Iran a una minaccia costante non solo semplifica eccessivamente la realtà storica, ma rischia anche di compromettere ogni possibilità di soluzione diplomatica, lasciando che siano prospettive parziali a guidare le decisioni internazionali. cooperazione economica. Nel 1990, l’accordo di Taif pose fine alla guerra civile libanese e consolidò l’influenza siriana. Temendo la marginalizzazione, l’Iran scelse di cooperare, consentendo a Hezbollah di consolidare il proprio ruolo politico. L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 rafforzò ulteriormente la posizione iraniana. Teheran mantenne una posizione neutrale, sostenne le Nazioni Unite e si allineò temporaneamente con diversi paesi arabi e occidentali. L’ONU riconobbe inoltre l’Iraq come aggressore nella guerra precedente, consentendo all’Iran di avanzare richieste di risarcimento. Tuttavia, i negoziati arabo-israeliani e la progressiva normalizzazione tra alcuni stati del Golfo e Israele alimentarono il timore iraniano di isolamento. In risposta, Teheran rafforzò i rapporti con gruppi islamisti palestinesi. Con l’elezione di Mohammad Khatami nel 1997, l’Iran promosse una politica di distensione, sintetizzata nel concetto di “dialogo tra le civiltà”. I rapporti con l’Arabia Saudita migliorarono sensibilmente, ma le invasioni statunitensi in Afghanistan e Iraq modificarono profondamente gli equilibri regionali. In Iraq, l’Iran sostenne milizie sciite e sviluppò legami politici, intensificando la rivalità con Riyadh. Un punto di svolta: le Primavere arabe Nel 2004, il concetto di “Mezzaluna sciita” contribuì a consolidare la percezione dell’Iran come minaccia esistenziale. Le Primavere arabe del 2011 rappresentarono un ulteriore punto di svolta: accuse di interferenza iraniana in Bahrain furono utilizzate per giustificare repressioni, mentre l’Arabia Saudita intervenne direttamente. Le Primavere arabe del 2011 rappresentarono un ulteriore punto di svolta La Rivista · Gennaio -Marzo 2026 17
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