La Rivista

Panetta, se i dazi annunciati dagli Usa fossero attuati, magari accompagnati da misure di ritorsione, la crescita del PIL globale si ridurrebbe dell’1,5%. Per l’economia statunitense l’impatto supererebbe i 2 punti. Per l’area dell’euro le conseguenze sarebbero più contenute, intorno allo 0,5%, con effetti maggiori per Germania e Italia. Le guerre commerciali danneggiano la crescita Dato l’eccesso di capacità produttiva nel ramo industriale, da alcuni anni le aziende cinesi stanno riducendo i prezzi dell’export, registrando un forte aumento delle vendite estere e delle quote di mercato nelle economie emergenti. L’esperienza storica mostra che le guerre commerciali danneggiano comunque la crescita, anche nei paesi che le avviano. I dazi non garantiscono infatti una riduzione sensibile del disavanzo delle partite correnti. La guerra commerciale avviata dalle misure protezionistiche circa un secolo fa, nel 1930, ad esempio, contribuì solo ad aggravare la Grande Depressione. Nel frattempo, l’economia dell’area dell’euro fatica a ritrovare slancio ed efficacia. La domanda interna manca di forza. Il tasso di risparmio raggiunge livelli elevati in Francia come in Italia, sostenuto dall’aumento dei rendimenti reali e dal desiderio delle famiglie di ricostituire la ricchezza erosa dall’ultimo shock inflazionistico. A soffrire di più è il settore manifatturiero, che continua a perdere quote di mercato a favore dei produttori cinesi. Questa tendenza, in atto da anni, è particolarmente accentuata nel settore dell’auto, che rappresenta uno dei pilastri dell’industria europea. Questo settore rappresenta infatti circa il 9% del valore aggiunto della manifattura nell’area euro e addirittura il 16% in Germania. A ogni addetto nel settore automobilistico corrispondono, nel totale delle attività stimate della filiera, l’1,8 in Italia e in Spagna e l’1,6 in Francia e Germania. L’Europa deve in sostanza adottare un nuovo modello di sviluppo che valorizzi il mercato unico e riduca la sua dipendenza da fattori esterni. In cima alla lista vanno ricordati i settori innovativi, che rappresentano il motore della produttività; in particolare quelli legati alla doppia transizione, ambientale e digitale, che svolgono un ruolo cruciale per l’autonomia strategica europea, come per altro avviene nel caso dell’energia. Per l’Italia, quasi la metà delle aziende manifatturiere che vendono in Germania ha visto ridursi le proprie esportazioni in quel mercato, con ripercussioni negative sulla produzione industriale, già in calo dal 2022. Ottimi progressi in termini di stabilità finanziaria Di fatto, ribadisce il Governatore, attraverso il commercio internazionale le difficoltà dell’economia tedesca si stanno via via trasmettendo a quella italiana. Il presidente di Assiom Forex, Massimo Mocio, a sua volta ha rammentato che lo Stato tedesco ha speso in questi anni più di 200 miliardi di euro per salvare le proprie banche. Con tutto ciò e nonostante le difficoltà recenti, le esportazioni italiane superano oggi quelle del 2019 di circa il 10%, mentre il saldo delle partite correnti è tornato ampiamente positivo grazie alla creatività e all’impegno degli industriali. Nelle più recenti indagini della Banca d’Italia presso le imprese rimane comunque prevalente la quota di aziende che prevede un’espansione degli investimenti nella prima metà del 2025. È comunque essenziale moltiplicare gli sforzi per completare gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e le riforme ad esso collegate, intervenendo tempestivamente in caso di ritardi. L’economia italiana ha registrato ottimi progressi in termini di stabilità finanziaria: la posizione patrimoniale netta sull’estero ha superato il 12% del PIL, con un miglioramento di oltre 35 punti percentuali rispetto al 2013; il settore bancario ha fortemente accresciuto la sua redditività e la sua dotazione di capitale; il mercato dei titoli pubblici è tornato liquido ed efficiente, attirando una base La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 5

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