Caravaggio dipinge la Madonna di Loreto (oggi nella Chiesa di San Agostino), mai vista a Roma una Madonna come quella prima d’ora! Una donna reale, con un bimbo in braccio, che si affaccia allo stipite della sua casa, una semplice mamma del popolo come ce ne erano tante che esce per incontrare due pellegrini (che Merisi sicuramente aveva visto durante il Giubileo del 1600, arrivavano a Roma a piedi e sul dipinto hanno i piedi scalzi e sporchi). Anche questa tela provoca scandalo. Un anno dopo, il 31 ottobre del 1605 la Compagnia dei Palafrenieri gli commissiona La Madonna dei Palafrenieri (oggi in Villa Borghese), un incarico prestigiosissimo, forse il più alto per un pittore, una tela pensata per la Basilica di San Pietro. Ma il quadro subisce lo stesso destino dei due poco innanzi e dopo pochi giorni viene spostato nella Chiesa dei Palafrenieri. Perché? Perché viene definito troppo sensuale, il volto della Madonna è quello di Lena, una prostituta, Maddalena Antonietti, nota in città, una delle amanti di Caravaggio, e il Gesù è il ritratto del figlio della donna. Costretto alla fuga A Roma nella vita del Merisi entra ed esce un’altra “celebre” prostituta, Fillide Melandroni, già ritratta dal pittore nelle sembianze di Giuditta ( Giuditta e Oloferne). La giovane non è solo molto bella, ma anche violenta e spietata, il ché sicuramente stimola la fantasia e attira il pittore. Il protettore della giovane è Ranuccio Tommasoni, rampollo di una banda di criminali del Campo Marzio. Suo fratello, Giovan Francesco, è il capobanda. La sera del 28 maggio 1606, in via della Pallacorda, vicino al capannone in cui si gioca a “pallacorda” (antenato del tennis), Caravaggio ferisce a morte Ranuccio che muore dissanguato. Le carte processuali accertano che sul luogo del delitto vi erano otto uomini, il clan Tommasoni (Ranuccio col fratello e due cognati) e dall’altra parte Michelangelo Merisi con tre compari, ex soldati, tutti muniti di spade. Quindi si tratta di un duello con tanto di testimoni. Non si sa quale fosse il movente, Fillide o la moglie di Ranuccio, Lavinia, forse importunata dal pittore, oppure i debiti di Caravaggio che ammontano all’esorbitante cifra di 10'000 scudi? E chi lo saprà mai. Fatto sta che viene commesso un omicidio. Durante il duello interviene anche il fratello di Ranuccio che ferisce il pittore alla testa. I compagni di Caravaggio fuggono, non si presentano al processo lasciando il Merisi in pasto alla legge. Sul pittore grava la pena capitale, la decapitazione: chiunque lo incontri a Roma o nello Stato Pontificio può ucciderlo, tagliargli la testa e incassare una taglia. Da questo momento Caravaggio è in fuga, un pittore errante, un fuggitivo preceduto dalla sua fama di pittore, e nei suoi dipinti cominciano ossessivamente a comparire teste mozzate. Dapprima trova rifugio nei feudi della famiglia Colonna a sud di Roma, ma è troppo vicino e deve scappare. Raccomandato dai Colonna a un ramo collaterale della famiglia residente a Napoli, i Carafa-Colonna, nell’autunno del 1606 arriva a Napoli e rimane nei Quartieri Spagnoli per circa un anno. Qui dipinge diverse tele, ma solo due rimangono in città: le Sette opere di Misericordia (Pio Monte della Misericordia), uno dei Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1598-1602, olio su tela; 145x195 cm Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini, Roma La Rivista Cultura La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 58
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