La Rivista

che fosse nato il 29 settembre 1571 a Caravaggio, finché un ragioniere in pensione, cercando tutt’altro nell’Archivio Storico Diocesiano di Milano, trova nella parrocchia di Santo Stefano Maggiore il suo atto di battesimo datato il 30 settembre 1571, quindi Michelangelo Merisi è nato a Milano. Il bimbo vede la luce nel giorno dedicato a Michele Arcangelo, l’Arcangelo con la spada (spada che accompagnerà il pittore nelle sue sventure e sarà più volte presente nelle sue tele), perciò, come consuetudine di allora, i genitori scelgono il nome di Michelangelo. Loro si chiamano Fermo e Lucia (proprio come i protagonisti della prima versione dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni), il padre è un capomastro del cantiere della Fabbrica del Duomo venuto a Milano da Caravaggio. Nel 1576 la peste miete morte a Milano e per sfuggire al morbo la famiglia ritorna al paese d’origine nella Bergamasca, ma invano, sia il padre che il nonno Bernardino e lo zio Pietro muoiono infettati. Nel 1584, quindi a soli 13 anni, il giovane Michelangelo viene mandato a lavorare a Milano. La madre firma per il figlio un contratto da apprendista nella bottega di Simone Peterzano, di origini bergamasche, ma nato a Venezia. Questo contratto viene stipulato per quattro anni: si tratta di una formazione come pittore, in più il ragazzo riceve vitto e alloggio. E qua le notizie e i documenti su Michelangelo Merisi ci sfuggono, buco nero fino al 1592, quando alla morte della madre prende i soldi dell’eredità e rompe i legami con la famiglia. Poi di nuovo buio. Un giovane dai “lunghi capelli neri, vestito di nero” Nel 1596 lo ritroviamo a Roma, lavora nella bottega del pittore siciliano Lorenzo Carli in via della Scrofa, nel rione di Campo Marzio, che rimarrà il suo preferito. Viene descritto come un giovane dai “lunghi capelli neri, vestito di nero”1. Roma a quel tempo è nella febbre della Controriforma e l’arte ha un ruolo fondamentale, consolida il potere. Si fanno grandi investimenti, gli artisti arrivano in città da tutte le parti, anche dalla Lombardia, come il Merisi. È la Roma di potenti cardinali, che vivono e festeggiano come principi, raccolgono opere d’arte e sono i più influenti mecenati, certi di loro hanno la capacità di indovinare e apprezzare un’esordiente in procinto di cambiare il corso delle arti visive2 come Caravaggio. Dall’altro canto è una città violenta, pericolosa, con troppi delitti impuniti per le strade su cui non ci si dovrebbe inoltrare senza spada. Poco distante dalla bottega di Carli, dove si producono cose da pochi soldi, a piazza Torretta si trova la bottega di un pittore molto apprezzato anche dal Papa, Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino, uno dei maggiori esponenti del tardo manierismo. Non si sa come, ma Merisi si fa notare da quest’ultimo che lo assume e sfrutta la sua tecnica lombarda facendogli dipingere soggetti con nature morte. Caravaggio è il primo che intuisce la natura morta come opera in sé3, che diventa un nuovo soggetto indipendente della pittura. Merisi rimane dal Cavalier d’Arpino per otto mesi e lì impara anche come vendere le tele ai privati. Le sue opere il Cavaliere però le tiene per se: ha intuito di avere a che fare con un assoluto fuoriclasse. Ma in bottega le intravede il cardinale Scipione Borghese, uno dei più abili collezionisti del suo tempo, che inizia quella che sarà la collezione dell’odierna Villa Borghese. È molto potente e temuto: difatti suo zio è il papa Paolo V. Il cardinale vorrebbe comprare le tele di Caravaggio, ma il Cavalier d’Arpino si rifiuta. Non l’avesse mai fatto! Il cardinale lo fa imprigionare con una falsa accusa e lascia confiscare tutte le opere in bottega del Merisi, opere giovanili che oggi fanno parte della collezione di Villa Borghese. Tra questo bottino ci sono Il ragazzo con il canestro di frutta e L’autoritratto in veste di Bacco (v. IMMAGINE). Soffermiamoci un attiCaravaggio, Ritratto di Maffeo Barberini (Corsini), fine XVI secolo, olio su tela, 121×95 cm, Palazzo Corsini al Parione, Firenze La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 55

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