Coppa, architetto, la seconda, nella parte di Museo dotata di vetrine, era quella ovviamente dedicata al prodotto venduto nei negozi Galtrucco, cioè le stoffe. La difficoltà con cui mi sono scontrata era rappresentata dal fatto che di tutta la produzione tessile commercializzata da Galtrucco non erano rimasti che i libri campionario attualmente di proprietà Clerici Tessuto (63 volumi di Seteria, 44 di Laneria e 33 di Drapperia, divisi meticolosamente per anno di vendita, più migliaia di tirelle che coprono la parte commercializzata dagli anni Settanta alla fine dell’attività): una mostra di soli campioni tessili, lo so per esperienza, è noiosissima e apprezzata da uno sparuto numero di addetti ai lavori. Da qui l’idea di partire dai minuscoli campioni incollati sulle pagine dei libroni e cercare abiti che corrispondessero a quei tessuti, così da dare l’idea ai visitatori del modo in cui quelle stoffe erano state utilizzate. A questo punto ho coinvolto Enrica Morini, con cui collaboro da moltissimi anni, chiedendole anche questa volta di lavorare insieme. Lei si occupa di moda, io mi occupo di tessuti e questa è forse la ragione per cui non litighiamo (quasi) mai, pur avendo entrambe un bel caratterino. Ciascuna di noi procede secondo una sua strada e con sue ipotesi e poi confrontiamo il risultato della ricerca, trovandoci molto spesso d’accordo. Fin da subito abbiamo deciso di inserire alcuni capi di abbigliamento maschile per ricordare al pubblico che circa il 50% delle vendite di tessuti Galtrucco era destinato all’abbigliamento maschile e la scelta è molto apprezzata dal pubblico che visita la mostra: il commento più frequente è stato “finalmente vi occupate anche di moda maschile!”. Dopo aver memorizzato (io) un’immensa mole di campioni, abbiamo iniziato la ricerca partendo dalle collezioni di Palazzo Morando; abbiamo trovato, in diversi casi, un match perfetto tra gli abiti e i campioni di stoffa, cosa che tra l’altro ha permesso di datare con precisione capi di abbigliamento su cui si avevano indicazioni meno mirate. Esaurite le collezioni di Morando, abbiamo proceduto esaminando i database di altri musei, selezionando capi appartenenti alla Fondazione Antonio Ratti di Como, e a due collezioni torinesi: quella del Liceo Artistico Statale A. Passoni e di Palazzo Madama. Il contenuto delle vetrine nelle prime tre sale ha rappresentato quindi la produzione Galtrucco fino all’avvento del prêt à porter, negli anni Settanta. Enrica Morini - In aggiunta a quanto spiegato da Margherita Rosina, vale la pena di ricordare il contenuto e il significato delle ultime tre sale. La rivoluzione del modello di produzione e consumo di abbigliamento, prima attraverso la confezione e poi dal prêt à porter, comportò una sempre più forte riduzione del ricorso alla confezione su misura delle sartorie, provocando già alla fine degli anni Sessanta una drastica diminuzione delle vendite di stoffe a metraggio. I negozi di tessuti per abbigliamento affrontarono la crisi in vari modi. Galtrucco percorse due strade: da un lato la differenziazione dell’offerta, mettendo in vendita anche abbigliamento confezionato, dall’altro la collaborazione e il cobranding con il prêt à porter di stilisti e marchi. All’interno dell’azienda fu costituito un ufficio stile che progettava stoffe da proporre ai singoli marchi o lavorava con loro per inventare i materiali più adatti alle loro creazioni, la cui produzione era poi affidata ad aziende specializzate. L’ultima parte della mostra è stata dedicata a quest’attività, documentata attraverso tre esempi: Krizia, di cui sono stati trovati i disegni dell’intera collezione della PE 1975 allo CSAC dell’Università di Parma; Chloé, il cui archivio parigino ha prestato alla mostra quattro abiti Brunetta, Pubblicità Galtrucco – Tessuti alta novità, 1950 - Milano, Archivio Galtrucco (© Archivio Galtrucco, Milano) La Rivista Incontri La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 48
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