La Rivista

si usava dire all’epoca, era da alcuni giudicata assurda: la grande illusione che dà il titolo al libro di Norman Angell del 1909. Opera spesso travisata, in cui la guerra non era ritenuta impossibile, bensì inutile, priva di beneficio anche per i vincitori. Non un crimine, ma peggio: un errore. Eppure, l’errore fu commesso. Un ordine internazionale basato su regole Negli ultimi tre decenni gran parte dell’umanità ha vissuto la seconda globalizzazione, spesso data per morta ma mai davvero seppellita. Il lato economico della globalizzazione è ben noto: un’impennata senza precedenti negli scambi commerciali, l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. Gli effetti per le economie avanzate sono stati ambivalenti: la crisi di interi settori, soprattutto manifatturieri, ha alimentato ondate di malcontento sociale e rivoluzioni politiche, che spesso ripetiamo come una litania, dalla Brexit a seguire. Meno considerato è l’assetto istituzionale che ha reso possibile la globalizzazione, il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole. Non interessa in questa sede approfondirne gli aspetti teorici, come aggiudicare la priorità logica tra economia, politica e diritto, né dibattere su quanto questo ordine fosse compiuto, a chi giovasse e a chi nuocesse: è innegabile che questo assetto, pur con imperfezioni e asimmetrie, abbia fornito un contesto stabile per l’internazionalizzazione degli affari. Sebbene alcune regioni fossero escluse da questo grande circuito, si trattava di eccezioni che confermavano la regola. La stragrande maggioranza delle attività economiche si svolgeva in Paesi in cui la logica del mercato – per quanto talvolta condizionata da corruzione o arbitrarietà politica – aveva l’ultima parola. In questo contesto, CEO e consigli di amministrazione potevano prendere decisioni strategiche basandosi su analisi di flussi finanziari, imposizione fiscale e costo del lavoro, senza dover necessariamente considerare implicazioni geopolitiche. Spesso si trascura la natura contingente di questo assetto, emerso dalle macerie del mondo post-1945, in cui i vincitori ridisegnarono l’architettura delle relazioni tra Stati ponendo principi fondamentali come il divieto della guerra di aggressione. L’assetto che, dopo la fine della Guerra Fredda, ha creato le premesse per la globalizzazione degli ultimi trent’anni, inaugurata nel momento unipolare degli Stati Uniti. Il sistema ha affrontato molte crisi e non ha mai adempiuto a tutte le sue promesse. È però sopravvissuto, perché la maggior parte degli attori chiave preferiva mantenerlo piuttosto che rovesciare il tavolo. Oggi questa condizione non è più garantita al di là di ogni ragionevole dubbio. Il ruolo preminente degli Stati Uniti, la sicurezza garantita ai commerci marittimi, un consenso di massima sui benefici del libero scambio, l’assenza di conflitti tra grandi potenze: i presupposti sono messi in discussione, uno dopo l’altro. Dall’età dell’oro all’età del ferro La competizione tra Stati Uniti e Cina delinea ormai da alcuni anni, tra i possibili scenari, quello di un radicale ridimensionamento dell’interscambio o un vero decoupling, che le aziende fronteggiano ristrutturando catene di fornitura, riposizionando impianti e riconsiderando strategie di investimento. Principi fino a ieri considerati intangibili – come l’immutabilità dei confini e il divieto di conquiste territoriali – sono messi in discussione in termini inediti. Il continente europeo, che per decenni ha pensato di poter essere potenza civile ed economica senza essere soggetto politico e militare, è colto in contropiede. Un sistema costruito per l’età dell’oro si risveglia in un mondo di ferro. Principi fino a ieri considerati intangibili – come l’immutabilità dei confini e il divieto di conquiste territoriali – sono messi in discussione in termini inediti La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 14

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