La Rivista

La Rivista Geopolitiche Lo splendido tramonto della globalizzazione di Pietro Meineri* Con questa rubrica offriamo uno strumento per interpretare gli scenari geopolitici attuali, sempre più rilevanti per ogni attività umana ed economica. Come da tradizione annuale, nel gennaio 2025 il World Economic Forum di Davos ha riunito i protagonisti della finanza, della politica e dell’impresa per discutere il futuro dell’economia globale. Nelle stesse giornate, a Washington, si insediava la nuova amministrazione statunitense. Il 47º presidente, intervenuto in videoconferenza al WEF, ha delineato la sua agenda, ma il suo discorso non era davvero rivolto all’uditorio di Davos. I nuovi padroni di Washington guardano con sospetto il cosmopolitismo dell’élite globale e l’architettura politico-economica dell’ultimo trentennio, accusata di aver defraudato l’America. A dissipare ogni dubbio ci ha pensato il vicepresidente JD Vance: alla Conferenza di Monaco, le sue critiche frontali a governi e istituzioni europee hanno lasciato attonita una platea non troppo diversa da quella di Davos. Anche il gotha dell’economia americana, rapido nell’adeguarsi al nuovo corso, sperando in politiche pro-crescita, osserva con inquietudine la determinazione dell’amministrazione nell’attuare la propria agenda, anche accettando il rischio di recessioni e cali di borsa. Quello che si derubricava a postura elettorale si rivela ora un obiettivo strategico. Per chi sperava nella continuità con il passato, è il momento del risveglio. L’orologio della storia Torna alla mente l’incipit di un capolavoro della divulgazione storica, I cannoni di agosto di Barbara Tuchman. Il libro si apre con il funerale di re Edoardo VII in una mattina di maggio del 1910. Siamo a Londra, all'apogeo dell'Impero britannico. Il corteo funebre è aperto da nove sovrani a cavallo, in alta uniforme, elmi piumati e sash dorati. Attorno al nuovo re d’Inghilterra Giorgio V cavalcano i re di Norvegia, Bulgaria, Portogallo, Grecia, Belgio, Spagna e Danimarca. Ma soprattutto l’ingombrante cugino Willy, l’imperatore tedesco Guglielmo II, i cui gesti e le cui dichiarazioni erano croce e delizia della stampa dell’epoca. Ognuno può cercare riferimenti all’attualità come preferisce. L’autrice chiude la scena con una frase dal potere evocativo straordinario, che merita di essere riportata in lingua originale: “The muffled tongue of Big Ben tolled nine by the clock as the cortege left the palace, but on history's clock it was sunset, and the sun of the old world was setting in a dying blaze of splendor never to be seen again”. (“La lingua ovattata del Big Ben rintoccò le nove dell'orologio mentre il corteo lasciava il palazzo, ma per l'orologio della storia era il tramonto, e il sole del vecchio mondo stava tramontando in un'esplosione di splendore che non si sarebbe mai più vista”). Solo quattro anni dopo, nell'estate del 1914, il tramonto cede il passo alla notte: il 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia e il meccanismo imperscrutabile di alleanze e mobilitazioni si attiva. In pochi giorni le armate tedesche avanzano sulla Francia attraverso il Belgio. Il 4 agosto la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Per l’opinione pubblica britannica, il cugino Willy diventa presto l’odiato Kaiser, sovrano di barbari Unni. I cannoni di agosto tuonano a lungo, sconvolgendo l’Europa e il mondo per quattro lunghi anni. Il 3 agosto del 1914, il ministro britannico Edward Grey annotava: "Si spengono le luci in tutta Europa. Nel corso della nostra vita non le vedremo più riaccese". Gli uomini della sua generazione, maturati nell’Europa padrona del globo, non avrebbero più visto un mondo simile, la prima grande globalizzazione. Decenni di crescita e interconnessione economica, tali che la guerra tra nazioni civili, come La Rivista · Gennaio -Marzo 2025 13

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